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Cultura > Musica

I concerti brandeburghesi

di Mario Dal Bello

Emozione e coinvolgimento all’inaugurazione della 66° stagione concertistica della Iuc di Roma, con i sei concerti bachiani.

Jordi savall

All’inaugurazione della 66a stagione concertistica della IUC (Istituzione universitaria dei concerti) a Roma, Jordi Savall, violoncellista di classe, ha suonato e poi diretto la giovane orchestra Le Concert des Nations nei sei concerti bachiani. Riveduti e raccolti nel 1721 per il Margravio di Brandeburgo, ma composti separatamente nel corso del precedente decennio, i concerti andrebbero ascoltati non di seguito – come è accaduto – ma in momenti distanti l’uno dall’altro (o in giorni separati) per gustarne la ricchezza di idee musicali, di timbri e di colori.

 

Si tratta, infatti, di uno dei monumenti di tutta la storia della musica classica. Per quanto serrati in architetture ben stagliate, in genere nei consueti tre tempi Allegro Andante Allegro (o Presto), conforme all’ideale bachiano della musica come perfetta geometria di forma e contenuto, essi racchiudono una potenza fantastica sorprendente. Solo che la fantasia è controllata, smussata, adattata all’architettura che vuole un incipit, le variazioni, il “ritornello” e poi la conclusione come in un polittico ordinato di figure e decorazioni. Ma la sensualità di certi Adagi (il n.6), l’allegria di alcuni Presto (il n.1), la festa delle trombe e dei flauti diritti e certe malinconie dell’oboe (n. 5) esprimono una varietà sentimentale, un contrasto tra gaiezza e improvvise tristezze, che non ci si aspetterebbero dal robusto Johann Sebastian. Invece, l’ordinato Kantor di Lipsia ha dentro di sé un universo di moti e di pensieri che si agitano alla ricerca di un ordine, di una armonia superiore, che prevede quindi burrasche festose (Allegro del n.3) e momenti di pace, che ha del sublime.

 

Savall dirige senza sforzo questo complesso vivace – vedere il violinista Riccardo Minasi e i suoi velocissimi ”vibrati” con l’archetto – ed alla fine al pubblico che affolla la grande aula magna non resta che applaudire una musica che ti entra nelle fibre più di quanto si possa pensare, che scava nella memoria e non se ne vuole andare. Di Bach è impossibile liberarsi, il suo “fiume” musicale dice, attraverso sei concerti apparentemente innocui, la grandezza della vita.

 

 

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