I colori di Roma

Porfido rosso, basanite e alabastro cotognino dall’Egitto, verde antico dalla Tessaglia: cosa era più indicato di questi marmi rari e costosissimi per le statue e i ritratti di divinità e di imperatori? Rosso antico da Capo Matapan, cipollino dall’Eubea o serpentina verde, ancora dall’Egitto, rendevano a meraviglia certi animali. Il pavonazzetto della Frigia era preferito invece per raffigurare barbari prigionieri. In giallo antico dalla Numidia, portasanta da Chio, africano – per citarne solo alcuni – venivano realizzati elementi scultorei che facevano parte dell’arredo di domus, ville, giardini o tombe. È un elenco fitto di nomi strani e suggestivi, e una vera festa di colori, colori, colori… Sì, perché l’antica Roma, che l’eredità neoclassica ha tramandato tutta un candore di marmi, in realtà bisogna immaginarla meno algida e più policroma, quanti erano i tipi di marmi che – a partire dalla fine della repubblica – affluivano all’Urbe da tutte le province dell’Impero. I marmi: una vera mania degli antichi romani, che nella loro corsa al lusso invano stigmatizzata da autori come Orazio, Properzio, Tibullo o Seneca, li ricercavano per dar lustro a edifici pubblici e a dimore imperiali e patrizie. Un segno di bellezza, ma soprattutto di potere politico, economico e sociale, come illustrato dalla mostra allestita negli spazi dei Mercati di Traiano, destinati a diventare entro il 2004 il nuovo museo dei Fori imperiali. È la prima esposizione del genere, dedicata espressamente alle tematiche riguardanti i marmi colorati: dall’estrazione nelle cave al loro trasporto, dalle tecniche di lavorazione alla realizzazione dell’opera finita, fino a considerare il significato estetico e simbolico dei vari tipi di marmi. Lungo il suggestivo percorso espositivo, per primi s’incontrano gli dei. Sculture da cui traluce la bellezza ideale, affascinanti ma in genere fredde e distanti. Quando invece sono gli uomini a travestirsi da divinità – è il caso dell’imperatrice Matidia in veste di Aura -, a volte l’effetto può essere lievemente comico. Più espressivi quei ritratti – genere pe- ovvero gli schiavi, i prigionieri: li incontriamo nelle figure dei daci, poste dagli imperatori ad ornare edifici e monumenti perché la propria potenza venisse esaltata dalla rappresentazione dei nemici vinti. L’intento era di rappresentare dei barbari soggiogati, ma l’energia indomita che emana tuttavia dal dace dell’Antiquarium romano – le mani sovrapposte nel tipico atteggiamento del vinto – sembra smentirlo, e induce piuttosto al rispetto e all’ammirazione. Fanno venire in mente, queste poderose sculture, Michelangelo, che del resto dovette vederne più d’una: non certo la testa ritrovata solo di recente, e che comunque richiama il michelangiolesco Nicodemo della Pietà di Santa Maria del Fiore per l’espressione dolente e persino per il cappuccio, così simile ad un berretto frigio. Singolari consonanze dell’arte al di là delle epoche, che affratellano un barbaro pagano al discepolo “notturno” di Cristo. E, sempre per restare nel campo dei vinti, il percorso va a incrociare quelle migliaia di anonimi schiavi e artigiani, che sparsero sudore e sangue nelle cave di tutto l’Impero, per appagare l’ingordigia di marmi della Roma imperiale. Con una apposita sezione che ne documenta l’apporto, la mostra rende loro giustizia. Rispondendo anche ai tanti quesiti tecnici che un profano potrebbe porsi circa l’estrazione, il trasporto e la lavorazione del prezioso materiale. Novità di una mostra Si va dalla ricostruzione del tripode con barbari inginocchiati, che vede per la prima volta riuniti i due esemplari di Napoli e quello di Copenaghen, a materiali del tutto inediti provenienti dai Fori imperiali, quali le lastre dipinte dall’Aula del Colosso, o dalla domus delle Sette Sale. Non mancano opere di grandi dimensioni come la statua colossale di imperatore da Cesarea Marittima (Israele), mai esposta prima in Italia, oppure quella dell’imperatrice Matidia, da Sessa Aurunca. Tra le decorazioni, quelle raffinate della villa di Augusto sul Palatino e di Villa Adriana presso Tivoli. Spettacolare è anche la ricostruzione della macchina per posizionare i marmi. Il percorso consente scorci superbi sulle aree archeologiche dei Fori imperiali, permettendo di farsi un’idea – grazie anche ad immagini ricostruttive tridimensionali – del rivestimento marmoreo che le impreziosiva. Completa il tutto una sezione sul collezionismo antiquario dei marmi.

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