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Persona e famiglia > Famiglia

I cinquecento passi

di Annamaria Gatti

- Fonte: Città Nuova


La vita vince comunque: Anna, tre storie diverse, un’unica chiave di lettura. Racconti all'insegna della speranza e della fiducia nella vita

Passi
Tre pensieri, tre flash illuminano il cammino di Anna stasera. Mentre procede nel buio autunnale visita gli incontri di questi giorni e svela il filo rosso che li annoda in una sorta di percorso purificatore, in cui la vita comunque vince, anche stremata e sacrificata. E intanto si chiede se e come possa trasmettere questo ai suoi figli, come possa loro mostrare, più che dire, che la vita è sacra sopra ogni dubbio, anche quando la vecchiaia irrompe, portatrice di laceranti sussurri e di rinnovati sospiri.

Ospedale. Anna rivede la severa esperienza degli ultimi mesi in un ospedale, accanto al padre gravemente malato, che si è spento, lottando per la vita, con la grandezza di chi l’ha vissuta con grande dignità e nobiltà d’animo. L’ultima lezione, l’ultimo respiro, testimonianza di un’esistenza capace di parlare al cuore di figli e nipoti con una tenerezza e una determinazione giovanile. Conta i passi Anna, quelli che la separano dal reparto duro in cui assiste il padre: cinquecento, cinquecento pensieri per darsi le ragioni di quel che accade, cinquecento conferme del valore di quei momenti, di quelle fatiche. Quando arriva al reparto tutto è purificato, tutto è disponibile alla vita che ancora scorre, che vuole dare un senso anche se senso non l’ha, e non può averlo in termini umani.

E lì, la constatazione è ferocemente messa in discussione. Nella stanza si muovono leggere le persone che assistono gli altri tre malati. Nulla turba se non gli sguardi talvolta inquieti, densi di partecipazione umana e di affettività, che si incrociano sulle flebo. Quante volte in quei mesi Anna ha pensato alle flebo come a candele oranti che, rivolte al cielo, invocano la pietà di Dio. Parole di conforto, coraggio di figli e mogli, che combattono una malattia che porterà tutti i loro cari alla conclusione dell’ultimo passo. Che senso ha? Eppure quanto senso ha! È un mistero.

Danzano quasi attorno agli occhi talvolta velati e assenti del loro caro: mi senti? Fatti forza, sono qui io con te. Portiamo insieme questo peso. Guarda chi è venuto a trovarti, ti vogliono tutti bene. Fidati, c’è qualcuno che pensa a te, che ti protegge sempre, proprio sempre, anche quando non ci sono. Anna li osserva nelle cure e registra l’umiltà che fa tutti uguali, quando anche le infermiere e gli infermieri, con il loro carico di responsabilità, hanno per gli ammalati e i loro parenti parole d’incoraggiamento e di cura. Non è sempre scontato, pensa Anna. E sente gratitudine per un semplice gesto, per un’attenzione in più. E lo dice: perché tenere nascoste le opere belle che si vedono?

Uno dei malati non riceve nessuna visita. È sempre solo. Anna lo vede un giorno balbettare qualcosa e osserva bene: le labbra stanno recitando l’Ave Maria e poi il Padre Nostro. Pensa che è in buona compagnia. Andrà dopo a salutarlo, a chiedere di cosa ha bisogno oggi. A chi entra e attonito guarda alla sofferenza lacerante che trapela da ogni paziente, Anna lascia un segno di speranza e di fiducia nella vita, anzi una sera si sorprende a dire, fra le lacrime: «Qui si celebra la vita, il passaggio alla vera vita». E la stanza 5 della lungodegenza diventa, a ogni ultimo respiro, una cappella dove Cristo è più che mai presente. O ci si crede e tutto si svela, o tutto è vano.

 

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