I buchi di Gaza

Visitando uno dei luoghi-simbolo del conflitto israelo-palestinese. I cristiani “artigiani di pace”.  
Gaza
Non è un luogo qualunque, Gaza. Sin dalla guerra dei Sei giorni, la sottile striscia di terra tra mare e deserto dove vivono un milione e mezzo di palestinesi è stata al centro degli interessi mediorientali. Ora, dopo l’abbandono della Striscia da parte degli israeliani nell’agosto del 2005, la presa di potere da parte di Hamas e la “guerra” iniziata il primo marzo 2008 e finita tre mesi più tardi, si torna a parlarne: Fatah e Hamas, infatti, le due anime politiche dei palestinesi, hanno ritrovato un accordo, sorprendendo gli stessi israeliani e i loro servizi. Nel contempo Obama scende in campo chiedendo il ritorno alle frontiere del 1967, mentre la frontiera di Rafah con l’Egitto è stata riaperta e pare anch’essa trasferire nella Striscia l’inquietudine dei giovani di Piazza Tahrir e del mondo arabo. Nel frattempo continuano i bombardamenti israeliani quasi quotidiani sugli obiettivi sensibili (che talvolta colpiscono anche madri di famiglia, vecchi e bambini), così come non si è mai riusciti a impedire i lanci dei missili Kassam, o simili, verso le città di confine israeliane. E non manca chi propone di trasferire Gaza… su un’isola artificiale! È questo piccolo-grande mondo che abbiamo visitato.

 

Il percorso della vergogna

Nel lunghissimo camminamento coperto da una tettoia che separa il posto di frontiera israeliano di Erez da quello dei palestinesi – quasi due chilometri, che la gente deve percorrere a piedi –, è umiliante trascinare i propri fagotti. Poco prima, al di là della frontiera, un carro armato da combattimento improvvisamente si era messo in moto con un rumore assordante che aveva spaventato i bambini. Una ragazzina di dieci anni aveva sputato per terra con un’infinita rabbia.

 

Finito il percorso, ecco la desolazione del posto di frontiera palestinese. Una frotta di bambini mi si fa attorno. Sporchi e malconci, non cessano di spargere attorno la loro voglia di vivere. Che differenza rispetto alla decorosissima ma talvolta sprezzante paura dei giovanissimi israeliani che mi hanno appena controllato il passaporto! Il mondo alla rovescia. Anche questa è Gaza.

Attraversiamo la città e ci fermiamo in un mercatino. La merce c’è, ma ancor più della mercanzia sono numerosi i venditori, spesso dinanzi a mucchi striminziti di due patate o tre zucchine. Le donne sono quasi tutte coperte dallo hijab, ma il trucco delle giovanissime dice bene come nella cultura palestinese gli eccessi a cui chiamano tanti esponenti di Hamas non siano contemplati. Le moschee sembrano gli edifici messi meglio in tutta la città. Gli ospedali ci sono e i medici pure, ma mancano le medicine, talvolta persino garze ed elettricità; e le ambulanze non hanno nemmeno l’ossigeno. Qui è meglio non ammalarsi.

 

Sono tantissimi i giovani che vedo a spasso per la città. In effetti la disoccupazione raggiunge il 70 per cento, e chi è laureato non ha quasi nessuna possibilità di trovare un lavoro adeguato. Così ci si inventano occupazioni improbabili: le attività nella Striscia si sono sorrette solo sulle merci in arrivo dai tunnel verso l’Egitto. Dinanzi alle botteghe immancabilmente c’è gente seduta in attesa di ipotetici clienti che hanno poco o nulla da spendere.

 

Il mare che è un muro

Il mare appare all’orizzonte di una lunga discesa. Ecco una costruzione scarnificata, che ha tutta l’aria di un moncherino eretto verso il cielo. Alla sua base giacciono grovigli di tondini mostruosi; quel che rimane del cemento armato dopo le sottrazioni delle pietre e del conglomerato che vengono riciclati. Il porto fa tenerezza, con due o tre traghetti piegati su un fianco e una cinquantina di piccoli pescherecci. Qualche pescatore vende pesci guizzanti: «Non sono buoni – scuote la testa Ahmed –, perché l’acqua da queste parti è infetta». Forse per l’impossibilità di considerare il mare come una via di libertà? A Gaza anche il mare è un muro.

Poi la peregrinazione, quasi un pellegrinaggio, ai luoghi del vuoto, dove la distruzione della guerra ha colpito nel 2008. La quasi totalità delle macerie è stata rimossa lasciando solo buchi. Ecco il sito dove si ergevano quattro ministeri: non restano che gli archi d’entrata,

orfani di ogni senso. Tre guardie stanno a guardia del nulla.

 

Sui muri, ovunque, la fantasia popolare – ma soprattutto la propaganda di Hamas e, una volta, di Fatah – espone la protesta contro Israele e la sofferenza del presente. Ovunque poliziotti imbracciano armi che anche a un occhio inesperto come il mio appaiono obsoleti. E ovunque sventolano le bandiere verdi di Hamas, l’onnipresente partito-potere-resistenza che tanti amano alla follia, ma che altrettanti detestano. Un regime per le cui mani tutto passa, in una corruzione che assomiglia tanto, ormai, a quella di Fatah. Il tassista Ahmed è totalmente disilluso: «Morti Rabin e Sadat – mi dice – la pace s’è allontanata e chissà quando tornerà. Non abbiamo più illusioni, viviamo per bere e mangiare, e basta».

 

Una presenza ormai usuale a Gaza e in tutta la Striscia è quella degli asini e dei muli, che ormai sono il principale sistema di locomozione. In alcune vie del centro di Gaza City il loro transito è stato vietato. Le auto sono ridotte in malo modo, la benzina egiziana è a buon mercato ma cattiva; quella israeliana è invece carissima, più che in Italia.

 

Il parroco argentino

Padre Jorge Hernandes viene dall’Argentina, da Mendoza, ha da poco passato la trentina. È parroco latino di Gaza, dove vive assieme a padre Elias e a tre ragazzi handicappati, ormai troppo grandi per le suore di Madre Teresa che vivono qui accanto. Appartengono alla Congregazione del Verbo incarnato. Mi mostra la chiesa con un certo orgoglio: «Ho 206 parrocchiani cattolici, sui tre mila cristiani che abitano la Striscia». Mi mostra gli affreschi sulla Sacra Famiglia, a cui la chiesa è dedicata. Usciamo, s’odono quattro tonfi, nemmeno tanto lontani: «Sono gli F16 israeliani che stanno bombardando qualche capannone. Questa è quotidianità. Non sono mai cessati i bombardamenti, anche se di rado colpiscono zone abitate. È una guerra infinita che logora i nervi».

 

La principale attività di padre Jorge e dei suoi collaboratori e collaboratrici è l’educazione, sia nelle scuole cattoliche, sia nell’oratorio. «Ma in questo periodo abbiamo sospeso le riunioni – mi spiega – perché è forte la tensione per i fatti egiziani. È importante per noi far vedere a ragazzi e giovani che esiste una vita vivibile, bella, ricca di incontri, dialoghi, convivenza possibile. Bisogna mostrar loro che si può essere appieno uomini e donne tutti d’un pezzo, nonostante la disoccupazione, nonostante loro vedano i loro genitori a casa senza far niente, nonostante la bruttura di tanti luoghi».

 

La situazione economica è disastrosa, non sono pochi coloro che, nella comunità cristiana, vivono grazie all’aiuto della parrocchia dei latini. Anche le moschee aiutano non poco i loro fedeli: «La disoccupazione è devastante per le famiglie, per il ruolo del padre, così importante nelle nostre due religioni. E i giovani laureati non hanno quasi nessuna speranza di trovare un lavoro adeguato. Dobbiamo aiutare queste famiglie, non puoi dire a qualcuno che Dio lo ama se quella persona non ha da mangiare».

 

Rada, Rita e Delia

La sua è una delle tante case costruite piano dopo piano, senza alcuna regola architettonica e di sicurezza: ogni matrimonio in famiglia necessita un appartamento supplementare. Qui abita Rada e la sua numerosa famiglia; sono greco-ortodossi. A cena si presentano anche Rita e sua figlia Delia, cattoliche. Fanno parte della comunità locale dei Focolari, un centinaio di aderenti.

Rita ha cinque figli, è maestra, è una donna piena di vita. Mi racconta della guerra, la cui memoria non si cancella mai qui a Gaza: «Le bombe cadevano ovunque, soprattutto gli edifici a più piani erano un buon bersaglio. Tutto vibrava e i bambini tremavano dalla paura.

 

Pregavamo di continuo, in una notte eravamo capaci di dire una decina di rosari. Un giorno è scoppiata una bomba dinanzi a casa nostra, i vetri sono andati in frantumi: tre sono stati i morti, e almeno dieci i feriti. E noi abbiamo continuato a pregare».

La famiglia di Rita si è impegnata ad alleviare le sofferenze dei vicini. Ad esempio sua figlia Delia, ventenne, un giorno ha visto una donna che camminava senza scarpe. Si è tolta le sue e gliele ha date. «Oppure ci davamo da fare col pane: ci recavamo al forno alle sei del mattino, sperando di trovarne un po’ in vendita. E così facevamo con tutti i forni della città, e poi lo distribuivamo ai vicini, in particolare alle donne sole con bambini e alle persone anziane».

 

Questo è il “quartiere dei cristiani”, tre strade abitate in prevalenza da cattolici e ortodossi. C’è pure una comunità di Piccole sorelle dei poveri. Rada è direttrice di una delle quattro scuole cristiane della Striscia: «Non sappiamo nulla del futuro che ci aspetta. Abbiamo solo il presente, e questo ci basta». Buona entrata in materia. «Senza l’ideale dell’unità non saremmo riuscite a conservare speranza e coraggio. Ci siamo sostenuti a vicenda, ma soprattutto ci siamo identificati con Gesù abbandonato sulla croce e con Maria che perde suo figlio. Qui non c’è lavoro, non ci sono soldi né prospettive per i giovani. Ma abbiamo fatto l’esperienza, e la facciamo ogni giorno, che Dio non ci abbandona. Il contatto tra noi combatte la paura».

 

L’odio qui a Gaza è di casa. Ma non tutti ne sono contagiati, anzi. Rada: «La frase del Vangelo che invita ad amare i nemici è da vivere e non da ignorare». Anche gli israeliani? «Anche loro». Boulos, papà di Rada colpito da semiparalisi, vuol farsi sentire: «Sì, si debbono amare». Aggiunge Rita: «Dobbiamo odiare le loro cattive azioni, ma non le persone che le commettono». Ma chi ama gli israeliani? «È vero, ma non abbiamo paura di dire che anche con loro si può andare d’accordo». Non credo alle mie orecchie.

 

Con i musulmani, le cose non sono diverse, anzi, c’è la condivisione del dolore che cementa le relazioni. «A scuola su 600 ragazzi più di 500 sono musulmani. Con loro e con le loro famiglie le relazioni sono ottime – mi spiega Rada –. Noi dobbiamo amare tutti, come Gesù». E Rita: «Proprio ieri ho spiegato ai miei ragazzi che Dio è come il sole, che con i suoi raggi arriva ad ogni uomo. E l’uomo deve camminare sul suo, di raggio, e fare la volontà di Dio, la prima delle quali è l’amore».

Delia vuole dire la sua: «Siamo amici con i musulmani all’università. Non ci sono grandi problemi tra di noi a causa della religione». Parlate di politica? «Tutti qui a Gaza ne parlano, da mattina a sera. Se ne può parlare con calma, anche ascoltando le opinioni di quelli di Hamas». Delia ha i suoi amici su Facebook: «Ma non cerchiamo avventure, il social network è solo un’occasione per rinsaldare i

legami con le amiche».

 

Faccio fatica a far uscire dalle bocche dei presenti qualche parola che non sia di speranza e di amore. Delia cede per prima: «Sì, mi pesa essere in una prigione». E Rada: «In qualche modo cerchiamo di non guardare alla terribile situazione che viviamo. C’è troppa gente a cui voler bene, che sta peggio di noi, per cui meglio andare avanti e non deprimersi».

Ripartendo, al valico, un portantino mi prende la valigia in consegna e la carica su un carrellino in compagnia di due bambinette, la cui madre zampetta al nostro fianco portando nelle sue braccia un terzo piccolo. Due dei tre sono portatori di handicap… La donna mi guarda e mi fa: «Che Dio ci benedica e ci liberi. Senza far male a nessuno».

Michele Zanzucchi

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