Hotel Rwanda

Paul Rusesabagina è un Perlasca con la pelle nera e la sua storia (vera) corrisponde a una Schindler’s List africana. Quando nell’aprile 1994 in Rwanda scoppiò una guerra civile che in poco tempo mieté oltre un milione di vittime, Paul era direttore di un albergo. Con abnegazione, coraggio, astuzia e nervi saldi salvò la vita di 1.268 persone. Tutto questo mentre i bianchi fuggivano, l’Onu riduceva il contingente militare da 2.500 a 270 soldati e gli hutu massacravano a colpi di machete i rivali dell’etnia tutsi. Sceneggiatore di Nel nome del padre di Jim Sheridan e regista di Una scelta d’amore, due film sull’irredentismo irlandese, in Hotel Rwanda Terry George rievoca l’orrore di quei giorni, gli affannosi tentativi compiuti da Paul Rusesabagina per strappare a un’orribile morte parenti, vicini di casa, sconosciuti che bussavano alla sua porta, unicamente colpevoli di appartenere all’etnia tutsi, e lo fa con un film che squarcia il velo su pagine voltate in fretta, che obbliga lo spettatore a fissare lo sguardo su quel che non si vorrebbe vedere, a prendere coscienza di una piaga del mondo qual è l’odio tribale, a reagire all’indifferenza. Perché dietro la storia di Paul e la strage degli innocenti che funestò quel lontano paese africano c’è una domanda che suona come un atto d’accusa: Dov’era l’Occidente? La risposta sta in una battuta del film: Quando in televisione vedranno questi massacri di-ranno mio Dio e poi continueranno a mangiare. Film che scuote e sconvolge, emozione difficile da smaltire, Hotel Rwanda non provoca soltanto un crescendo d’angoscia e una tensione continua che stringe il cuore in una morsa di rabbia, sdegno e commozione, ma suscita anche interrogativi che fanno riflettere su un continente dimenticato (il Rwanda non porta voti a nessuno, e nemmeno petrolio), sul suo futuro (per il Darfur dovremo aspettare il prossimo film di testimonianza civile e di forte impegno etico?), su una decolonizzazione affrettata, su aiuti che invece di essere umanitari contribuivano soltanto ad armare e ad arricchire i locali signori della guerra. Quarant’anni fa Gualtiero Jacopetti fu linciato moralmente per Africa addio, accusato di razzismo, qualunquismo, colonialismo e via dicendo. Con il senno del poi bisognerebbe riconoscere che dietro l’apparente cinismo c’era anche un pizzico di verità. Regia: Terry George; con Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phonix.

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