Un amico bloccato a Doha per 7 lunghi giorni mi ha creato uno stress incredibile: lo avrei più rivisto? Ci eravamo lasciati a Bangkok con un abbraccio caldo (30° alle 22.00), dandoci appuntamento ai Castelli Romani dopo pochi giorni… e ad un tratto, non potevo fare più nulla per lui. Noleggiare un elicottero per ripescarlo a Doha e portarlo a Roma? Impossibile. Andare in barca? Troppo lungo. L’amicizia ci aiuta almeno a immaginare soluzioni pazzesche e impossibili: è nei momenti difficili che si capisce quanto la vita ci lega con alcune persone.
Così, in questa fredda Toscana di inizio marzo, mi ritrovo a seguire le notizie sull’ennesima guerra che, come tutte le guerre, è inutile, disastrosa, stupida e soprattutto spaventosa. Cosa potrà succedere? Cosa ne sarà di me, di noi? Arriverà fin qui, nella bella Italia? Spero proprio di no; ma così è la vita: gli uomini si riempiono di spaventi e poi si saziano di idiozie per dimenticare le paure. Ma la sola cosa che ci libera dalla paura è uscire da noi stessi e mettersi ad amare, che significa donare. La realtà è altro, come insegnano i miei amici monaci buddhisti: tutto è impermanente, tutto passa, e se vuoi star bene, lascia andare la presa, molla tutto dal tuo cuore, non aggrapparti alle sicurezze di questo mondo impermanente; getta a terra ciò a cui ti sei attaccato, e stattene pacifico nel vuoto, nel nulla. Me lo ha insegnato un monaco che ha da poco lasciato questa terra, Phra Maha Thongrattana Thavorn, detto anche Luce Ardente, con la sua morte incredibilmente pacifica, serena, luminosa. In lui ha trionfato l’amore. Un amore che lo legava anche a Chiara Lubich e a tutti i suoi figli spirituali. Oggi, altri monaci lo seguono, come il suo fedele amico Phra Ajarn Suchart. Tutta bella gente che sostiene il mondo con la compassione.
Mollare gli attaccamenti mondani, direbbe papa Francesco, che ancora oggi è fonte di ispirazione per il mondo. Stasera, in una notte fredda ed umida, osservo mia madre che dorme, che ogni anno (è prossima ai 95) perde sempre più forza e acquista una bellezza sempre più celestiale. Questa è la vita: in lei resta l’amore che ha donato a tanta gente.
In questi giorni di bombe e missili, lanciati per far male al prossimo (penso all’amato Libano), per creare confusione, mi sono arrivate alcune foto di miei amici intrappolati al confine tra Thailandia e Myanmar: c’è anche quella di una bambina appena nata in una capanna di canne di bambù, a ridosso di zone di guerra. Si chiama Cho Zin Lin. È nata in mezzo alla guerra. Mamma e papà non hanno neppure i fazzoletti per asciugarsi le lacrime di gioia: allora li stanno aiutando. E lei è nata in modo delicato ma deciso: non ha chiesto se poteva nascere in un posto del genere. È nata e basta. E racconta a tutti noi che la vita dei poveri vale quanto la mia e la tua, quanto quella di coloro che vivevano nel lusso di Dubai e che ora devono fuggire. Siamo tutti in guerra, siamo tutti uguali e siamo, soprattutto, tutti poveri: poveri di sicurezze, poveri di certezze e di assicurazioni sul futuro e per il futuro. Siamo tutti fragili. Questo ci accomuna.
Guardando mia madre, mi rendo conto che l’amore che ha dato rimane, e tutto il resto sta passando in modo inesorabile. Adesso la sua forza è tutta interiore, come quella di Cho Zin Lin. La forza della neonata è incredibilmente concreta e vera: vuole vivere. E in un posto dove non c’è nulla, dove ti sparano anche solo perché sei di etnia karen. Piange, ma il suo pianto parla di vita e tutti noi dobbiamo occuparci di lei, trovare un luogo dove possa stare con la famiglia, cibo per la mamma, un riparo, qualche soldo…
È la forza della vita, a 95 anni come a 3 giorni di età. E io contro questa guerra idiota cosa posso rispondere? Occuparmi di qualcun’altro, amare chi sta peggio di me; amore, che poi significa servire, trasmettere il nostro calore ed il nostro “colore” dentro il cuore dell’altro. A mia madre come a Cho Zin Lin, al mondo intero. Allora ho scritto ad una mia amica libanese, per chiederle come sta la sua famiglia e per dirle che le sono accanto e le voglio bene. Almeno questo: riscaldare il cuore dell’altro con un po’ di calore e di colore.