Nicola (nomi di fantasia) si è ammalato di ludopatia e ha perso tutto, anche la casa, Marco ha subito abusi e i traumi non gli danno tregua, il suicidio per lui non sarebbe un problema, Elena vive di espedienti alla giornata, è anziana ormai, ma dice di avere un sacco di progetti da realizzare per il futuro. Sono alcuni degli ospiti che ho avuto modo di conoscere con altri vari volontari mercoledì 28 pomeriggio in una struttura di accoglienza per persone senza dimora di Roma sud.

Un momento di un’intervista a una persona senza dimora presso una struttura di accoglienza di Roma. (ph L. Coletta)
Come ci sono finita? Una pubblicità, scrollando sui social, da qualche giorno mi invitava a mettermi in gioco, a impegnarmi per dare un minimo di dignità alle persone invisibili della mia città, perché come io conto per la società, tutti dovrebbero contare e invece non è mai stato fatto un censimento nazionale a tappeto per chi una casa non ce l’ha, almeno nelle 14 metropoli del nostro Paese. L’Istat sostenuta da fio.PSD e con la partnership di numerose organizzazioni e associazioni come Croce Rossa, Caritas, Sant’Egidio, Azione Cattolica, ecc… ha reso possibile l’indagine nazionale #tutticontano.

Appuntamento tra volontari al centro di smistamento nel Teatro della Dodicesima di Spinaceto, a Roma. (ph L. Coletta)
Mi sono iscritta come volontaria (circa 6 mila in tutta Italia) e sono stata presto contattata dalla responsabile di rilevazione dell’associazione fio.PSD della mia zona, per incontrarci lunedì 26 gennaio con tutte le squadre che quella sera avrebbero girato in macchina o a piedi, ciascuna in un quartiere delimitato, per scattare una “fotografia notturna” delle persone senza dimora per strada, in dormitori e strutture di accoglienza. Io e il mio compagno di squadra, un volontario della Croce Rossa, non ne abbiamo trovati, a parte un giaciglio vuoto, ma ci era stata assegnata una zona molto residenziale, quindi era prevedibile.

Un momento di un’intervista nel quartiere Eur di Roma il 29 gennaio. (ph L. Coletta)
Ci sono storie lunghe e complesse dietro ciascuno, ne è valsa la pena varcare l’uscio di casa per ascoltarle e farne tesoro, sia mercoledì nelle strutture di accoglienza che giovedì 29 sera in strada, nei luoghi da loro scelti per passare la notte, senza svegliarli qualora già dormissero. Abbiamo incontrato chi aveva tanta voglia di parlare e raccontare, ma anche chi ha negato questa disponibilità. Pur sapendo che ci sono molte associazioni che ogni giorno a Roma si occupano della distribuzione dei pasti, ho scoperto quanto siano organizzate e diffuse in modo che chi vuole possa ricevere da mangiare, e ho scoperto che anche gli ospedali ospitano per la notte delle persone senza dimora al caldo in vari angoli dei reparti della struttura.
Istat ha predisposto un questionario online da compilare dopo aver sottoposto le domande agli utenti, forse l’unica pecca di questa esperienza è stata la lunghezza e la cavillosità a tratti eccessiva di questo questionario, sembra ovvio che parlare con una persona appena conosciuta non può prevedere una scaletta tanto rigida. Ma i responsabili rimarcavano come l’approccio dovesse essere il più possibile naturale e a braccio, interessandosi alla persona davanti più che alla compilazione dei dati.

Alcuni volontari nella struttura di accoglienza del Divino Amore, a Roma, al termine delle interviste il 28 gennaio. (ph L. Coletta)
Mi sono chiesta il senso di questa iniziativa prima di partecipare, servirà a qualcosa il mio tempo donato o parteciperò a uno dei soliti carrozzoni amministrativi statali che fanno più fumo che arrosto? Per due motivi è stata una bellissima esperienza. Il motivo principale è stato lo scopo, chiarito dal direttore della Caritas di Roma, Giustino Trincia, ai microfoni del Tg3: «Nasce questa esigenza per contrastare l’invisibilità di queste persone, censendole acquisiscono una cittadinanza anagrafica, ma anche per definire delle politiche pubbliche, di intervento per superare la gravissima emarginazione abitativa in cui versano molte di queste persone, che chiedono di essere riconosciute non come un problema o come un fattore di pericolo e di insicurezza, ma come persone che hanno risorse. Se le aiutiamo possono ripartire». Allora ci spero che tutti i dati che confluiranno all’Istat verranno presi in considerazione.
E poi il secondo motivo: il mio antidoto alla tristezza è conoscere persone che spendono tempo ed energie per gli altri. Ci sono ancora tanti motivi di speranza, oltre alla fede che sostiene, e sono i tanti volontari, Carlo, Annabel, Antonia, Giovanni… e il loro cuore grande.