Herbert Blomstedt: il gentiluomo del podio

A Roma, all’Accademia Santa Cecilia, la settimana scorsa un concerto storico. Uno degli ultimi grandi della direzione d’orchestra
Blomstedt
Roma, Auditorium Parco della Musica, 18.05.2023: il direttore Herbert Blomstedt dirige l'orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, (©Fondazione Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Foto: Musacchio, Ianniello, Pasqualini & Fucilla)

Si muove a passi lenti, accompagnato dal giovane e scattante primo violino, il siciliano Andrea Obiso. Il signore anziano e asciutto, dalla gran chioma bianca è Herbert Blomstedt, 96 anni in estate. Svedese di origine, ma americano di nascita e di formazione, è una leggenda del podio. Sale, si siede e inizia il concerto: Terza Sinfonia, molto giovanile, melodica, rossiniana di Franz Schubert e poi la lunghissima, intensa Quarta Sinfonia di Anton Bruckner, oltre un’ora ininterrotta di musica. Lui dirigea 96 anni! – a memoria, gesto parco, delicato e gentile, ma rigoroso nel dare gli attacchi, nell’accompagnare i blocchi sonori e le bordate magmatiche di quel mistico e titanico problematico che è Bruckner.

Cosa ha in cuore il vecchio direttore, sul podio dal 1954 quando ancora dirigeva un personaggio come Toscanini? È lungo l’elenco delle orchestre europee e americane che ha diretto, poche purtroppo le presenze in Italia, qui a Roma solo nel 1994, 1996 e 2021. Blomstedt ha una giovinezza che si afferma nel sorriso lieto con cui accompagna la musica, nello sguardo sereno e coinvolgente con cui si rivolge agli strumentisti, nel gesto pacato con il quale guida un’orchestra spinta dall’entusiasmo e da questa figura mitica a dare il meglio. E lo dà: sentire la leggerezza e il brio in Schubert, sentire gli ottoni superwagneriani, il canto dei violoncelli, il rombo dei timpani in Bruckner.

Roma, Auditorium Parco della Musica, 18.05.2023: il direttore Herbert Blomstedt dirige l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, (©Fondazione Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Foto: Musacchio, Ianniello, Pasqualini & Fucilla)

Ma nessun effetto, nessuna retorica. Il pubblico segue col fiato sospeso l’uomo seduto sul podio che a fine concerto interrompe l’applauso spontaneo per chiedere quegli istanti di silenzio dove il suono ancora aleggia nell’aria “senza suono”. Poi, l’entusiasmo è alle stelle. Lui cammina piano, si inchina, entra ed esce con Obiso che lo accompagna, come se tutta l’esperienza del vecchio stesse passando al focoso violinista. È un passaggio di consegne.

Due ore di musica, passate in un soffio. Merito di una orchestra che può fare quel che vuole, tanto è coesa, ma qui merito di un gentiluomo che unisce l’aristocrazia dell’essere a quella della musica che il gesto, il volto, il sorriso ottengono e fanno scendere come da un altro mondo, passando al pubblico come una corrente elettrica, ma piana e dolce.

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