Havel lascia ma resta il segno

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Diventò realtà quel sogno impossibile. E adesso è stato consegnato alla storia, ora che il mandato presidenziale di Vaclav Havel è giunto al termine. Negli ultimi quaranta giorni di quel memorabile 1989, si sbriciolò il potere comunista e Havel, intellettuale e drammaturgo, conoscitore delle carceri cecoslovacche per i ripetuti soggiorni, venne eletto presidente della repubblica. Fu coniata l’espressione “rivoluzione di velluto” per definire l’incruento passaggio dall’agonizzante regime marxista alla democrazia. Sembrò quasi che la storia si fosse sentita in debito dopo la repressione attuata dai carri armati del Patto di Varsavia nell’agosto del 1968, quando i paesi “fratelli” del blocco comunista invasero la Cecoslovacchia per congelare la Primavera di Praga avviata da Dubcek. Quell’89 segnò la riabilitazione degli animi che non si piegarono alla logica del regime e seppero con coraggio e spirito indomito agire (e pagare) in nome delle idealità che li animavano. Non appare perciò una casuale coincidenza il fatto che si sarebbero trovati Havel alla guida della comunità nazionale e il cardinal Miroslav Vlk – impedito dal regime comunista all’esercizio del sacerdozio e costretto a guadagnarsi da vivere lavando le vetrine dei negozi di Praga a capo della chiesa cattolica locale. “Havel ha consolidato la posizione della Repubblica Ceca nel mondo e rafforzato, all’interno, le istituzioni democratiche”, ha sottolineato lo scrittore Ivan Klima, suo amico dai tempi di Charta 77. Havel è stato anche l’unico della generazione dei dissidenti catapultati alla guida delle rinate democrazie dell’Est europeo a restare al potere per un lungo tempo, 13 anni. Altri, come Walesa in Polonia o Landsbergis in Lituania, hanno dovuto abbandonare molto presto la scena politica. Sul rapporto tra verità e politica, Havel è sempre stato netto. “Non è vero – ebbe a dire – che un politico per essere tale debba mentire o darsi agli intrighi. La mia forza, l’unica mia forza, è sempre stata quella di credere alla verità”. Intellettuale laico, ma aperto al trascendente, quando accolse Giovanni Paolo II in visita a Praga subito dopo il crollo del comunismo pronunciò una frase degna del momento: “Non so se so cosa sia un miracolo, ma so che quello di oggi è un miracolo: nel paese devastato dall’ideologia dell’odio e dal governo degli ignoranti arriva il messaggero dell’amore e il simbolo vivo della sapienza “. Del presidente Havel, Pavel Fisher, 36 anni, sposato, tre figli, è da sette anni uno tra i più stretti collaboratori. Prima come portavoce e, dal ’99, come responsabile del dipartimento politico. Laurea in lettere a Praga, specializzazioni presso il Centro internazionale di formazione cristiana a Ginevra e presso la scuola nazionale d’amministrazione. Dr. Fisher, Havel ha lasciato, ma senza eredi. È un connotato delle personalità di spicco, oppure non è riuscito, o non ha potuto, preparare una degna continuazione? “Il problema degli eredi non è prioritario in una democrazia parlamentare. Non siamo una monarchia e la ricerca del successore di Vaclav Havel, difficile e penosa, spettava al parlamento. Se però parliamo dello stile di Havel e dei suoi ideali, lui ha ispirato molte persone, da noi e all’estero”. È stato l’unico tra gli uomini della resistenza anticomunista a restare a lungo alla guida di una delle nuove democrazia dell’Europa dell’Est. Come lo spiega? “È stato certamente un’autorità, negli anni Sessanta, quando la ricerca di un “socialismo dal volto umano” era da noi all’ordine del giorno. Come autore del “teatro dell’assurdo”, ha saputo mostrare a tutti l’assurdità della vita sotto il giogo del potere. Ma è riuscito a salvaguardare la propria autonomia di espressione anche dopo, durante gli anni del soffocamento politico. Lui è rimasto al momento della caduta del muro di Berlino, quando si cercavano persone che fossero un “faro” per il rinnovamento democratico della nostra società. Havel è infatti diverso. È originale, indipendente. Sa ascoltare e mettere insieme. È radicale, ma timido allo stesso tempo. Ha saputo trarre ottimi insegnamenti dai fallimenti della nostra società. È una persona attenta alla dimensione spirituale “. Si parla di un'”era Havel”. Quale impronta, secondo lei, ha lasciato nel paese il presidente? “Credo che l’evoluzione che si nota nei paesi del vecchio blocco comunista dopo l’89, sia spettacolare. Tutto è cambiato: credenze, prezzi, leggi, partiti politici, slogan, paure e speranze. È stato importante che un presidente della repubblica sia rimasto per lungo tempo e, quanto alle tracce della sua presenza, resteranno incancellabili “. Si è opposto alla spaccatura dell’allora Cecoslovacchia, ma senza riuscirci.Una sconfitta politica. Cosa motivava il presidente a propendere per una scelta unitaria? “La separazione pacifica della federazione ceco-slovacca ha rappresentato certamente una prova per lui. Anche se questa evoluzione dallo stato unitario era probabilmente inevitabile, egli ha esaltato il discorso sulla costituzione federale. Così, ha cercato di preservare la federazione: la coesistenza dei due stati ci ha insegnato la tolleranza e ha portato ricchezza culturale. Ma è certo che, anche se il divorzio non è stato facile, stiamo per ritrovarci sul cammino dell’integrazione europea e, dal momento che la separazione è stata pacifica, le cose vanno molto bene”. Anche come presidente è rimasto una coscienza critica. Ha lasciato un paese più sensibile ai grandi valori dopo i decenni di comunismo? “Havel è stato spesso molto criticato. Non è uno che cerchi di colorare il mondo di rosa. Ma non si è mai accontentato di fermarsi ad un certo punto. Egli ha ricordato che ci sono delle cose che ci sorpassano. Una parola chiave per lui è stata “responsabilità”. La responsabilità che ci conduce, alla fine, verso Qualcuno che attende da noi una risposta. Sono certo che, in un modo o nell’altro, le sue idee resteranno sempre presenti nel cuore delle persone”. Havel ha incontrato l’opposizione di tanti, mentre altri lo hanno profondamente stimato. Secondo lei, è questa una conseguenza del suo lungo mandato presidenziale? “Credo che Vaclav Havel lasci di rado la gente indifferente. Spesso è ammirato, oppure odiato. Ma ciò accade indipendentemente, penso, dal suo mandato di presidente della repubblica. Sa individuare i problemi. È fedele alle proprie convinzioni: leggete il suo libro Lettere a Olga e confrontatelo con i suoi discorsi degli anni Novanta. Vi accorgerete che è autentico in ciò che dice, anche se i tempi cambiano. E anche se qualcuno spesso non è stato d’accordo con lui, ha apprezzato la sua libertà d’espressione e il suo coraggio”. Dr. Fisher, come stretto collaboratore di Havel, ci può raccontare qualche episodio di vita quotidiana con lui che denoti il tratto umano del presidente? “Degli aneddoti? Ce ne sono molti e stento a scegliere il più appropriato. Ma non è un uomo da “dossier”. Preferisce dibattere, seguire un cambiamento d’opinione. Ama l’informale – è così che ci si ritrova spesso in un albergo piuttosto che restare nel palazzo presidenziale -. Gli piace molto la birra e sa cucinare con rara passione. Debbo dire che spesso abbiamo riso molto perché in politica c’è parecchio teatro e molte cose assurde. E questo lui lo sa bene”. Havel è stato visitato dal dolore profondo in seguito alla morte della prima moglie e a gravi malattie. Che significato ha la sofferenza per lui? “Il dolore e la malattia l’hanno accompagnato durante gli anni Novanta. La scomparsa di sua moglie Olga dev’essere stata per lui molto difficile, ma ha una grande forza di spirito che gli dà la capacità di riflettere in momenti privilegiati sulla sua condizione di uomo. In quanto scrittore ha saputo testimoniarlo nei suoi discorsi pubblici. Leggete, ad esempio, tre suoi testi diversi: i discorsi a Copenaghen (1991), a Hiroshima (1995), a New York (2002). (disponibili su www.hrad.cz)”. Adesso è terminata la sua collaborazione con Havel? Quale il suo futuro? “La confidenza non è una cosa da vendere o da comperare, la si crea, è un dono. Sono riconoscente per aver lavorato per Vaclav Havel. Mi dispiace il solo pensare che questa collaborazione termini dopo sette anni. Ho faticato e sofferto molto, ma ho ricevuto enormemente. Seguirò certamente i suoi passi, e, se necessario, continuerò. In quanto al mio futuro… mi rifaccia la domanda di qui a sei mesi e ne riparleremo”. DAL CARCERE AL CASTELLO. MA SEMPRE LIBERO Scrittore e drammaturgo, leader dei diritti civili, esponente del dissenso anticomunista, presidente della repubblica.Vaclav Havel è nato a Praga il 5 ottobre 1936 in una famiglia nota per gli stretti legami con gli avvenimenti culturali e politici del periodo 1920-1940.A motivo di ciò il potere comunista impedisce al quindicenne Havel di proseguire gli studi desiderati. Presto diventa un esponente del risveglio culturale della Cecoslovacchia degli anni Sessanta, che culmina nella Primavera di Praga del 1968. Si schiera contro la repressione politica successiva all’invasione del paese da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. È tra i promotori di Charta 77, che dà voce alla protesta popolare. Dal ’79 all’83 è in prigione e successivamente è costretto a ripetute permanenze nelle patrie galere. Dopo la pacifica manifestazione di studenti del 17 novembre 1989 (otto giorni dopo la breccia del muro di Berlino), nasce il Forum Civico e Havel ne è la figura guida. La storia si mette a correre e il 29 dicembre 1989 Havel diviene presidente della Cecoslovacchia. Il nuovo parlamento, eletto democraticamente, lo conferma nel mandato il 5 luglio 1990. Havel si adopera, senza successo, per evitare la scissione del paese in due stati indipendenti. È pertanto l’ultimo presidente della Cecoslovacchia e il 26 gennaio 1993 il primo capo di stato della Repubblica Ceca, confermato successivamente il 20 gennaio 1998. Nel gennaio ’96, Havel perde la moglie Olga Splichalova, vero sostegno nelle numerose traversie. Nello stesso anno ’96, in dicembre, gli viene diagnosticato un cancro, da cui si rimetterà completamente. Si sposa con la nota attrice Ceca Dagmar Veskrnova, che lo ha seguito durante il periodo della degenza. Il resto è cronaca di questi giorni.

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