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Persona e famiglia > Famiglia

Havel il drammaturgo della politica

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Scompare a 75 anni il fondatore di Charta 77 e presidente della Repubblica ceca

Vaclav Havel

Lo incontrai il 2 maggio 2001 nella cosiddetta “Residenza del giardino”, con una vista mozzafiato sulla cattedrale di San Vito e sul Hrad, il castello. Accompagnavo Chiara Lubich, assieme al card. Miloslav Vlk. Mezz’ora di incontro in un padiglione immerso nel verde, senza sfarzo alcuno, ma col gusto mitteleuropeo di associare cose vecchie e cose nuove. Una stampa d’epoca della Pompadour e un affresco d’inizio secolo rappresentante putti alati; una statua lignea medievale di San Giorgio che uccide il dragone e tappeti moderni, lustri di cristallo di Boemia e mobili in tek.

 

Un incontro cordiale, venticinque minuti in cui la sete spirituale del drammaturgo e presidente, una leggenda vivente nel suo Paese, si era incontrata con una delle sorgenti spirituali più dissetanti sgorgate nel XX secolo. Vaclav Havel sembrava toccato al termine del colloquio, in cui si era parlato di cose dell’anima e dell’anima delle cose.

 

Ricordo un fatto semplicissimo: Vaclav Havel aveva donato a Chiara una raccolta dei suoi discorsi politici più importanti, dal titolo Toward a civil society. Aveva firmato con inchiostro verde: «To Chiara Lubichova, Vaclav Havel», corredando la dedica con il disegno di un piccolo cuore, tracciato invece con inchiostro rosso.

Un dettaglio che dice la grandezza e la “vocazione” di questo drammaturgo, contestatore del regime comunista, ritrovatosi poi a gestire l’uscita dal socialismo reale della Cecoslovacchia, compresa la separazione in due Stati della sua amata patria. Non rinunciò mai, infatti, alla sua natura di poeta e drammaturgo, introducendo nella politica una nota anticonformista e, a ben guardare, atta a scardinare le imbalsamate strutture burocratiche.

 

Basta leggere le sue memorie del periodo politico, Un uomo al Castello, edito da Santi Quaranta, in cui emerge la costante tensione di Havel tra la necessità dell’impegno politico e la ricerca di un’ispirazione “altra”. Una duplice tensione che spesso si confinava nella “fuga”, come lui stesso ammetteva ripetutamente, che però aveva «un’unica spiegazione: cerco di essere sempre pronto per il giudizio finale».

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