Ha seminato amore

Per Luigi gli ultimi sei mesi vissuti con Daniela valgono una vita intera.
Maritti

È il tardo pomeriggio del 18 dicembre 2008 quando una giovane coppia varca il portone di un palazzotto nel cuore della Roma dei cesari. Principale attrattiva di questa dimora è un ampio terrazzo, quasi un giardino pensile, dal quale si gode una vista mozzafiato sul Colosseo, i Fori imperiali e le testimonianze di epoche successive: dalle torri medievali alle cupole barocche, al simil-antico del Vittoriano.

La coppia, che ha tutta l’aria di essere in viaggio di nozze, ha prenotato una camera nel bed & breakfast gestito dalla famiglia Maritti, noto anche all’estero grazie al passaparola di quanti vi hanno trovato squisita accoglienza in un contesto così unico.

 

Inesperti del luogo, invece di fermarsi con l’ascensore al piano destinato all’ospitalità, gli sposini salgono al quinto, dove si presentano a Luigi, il capofamiglia, nel loro italiano approssimato (vengono infatti dal Brasile). A questo punto Luigi, incoraggiato dalla spontaneità e dal sorriso di quei giovani, azzarda: «Sapete, ieri mia moglie Daniela è andata in cielo… È di là. Volete venire a vederla?». E invita entrambi a seguirlo nella camera da letto, dove una figura esile è composta in una bara adorna di fiori. Nel clima solenne ma sereno, prosegue: «Lei ci guarda ora dal Paradiso e certamente prega per noi».

Una breve sosta in silenzio. Nei due, dopo l’iniziale sorpresa, rimane il senso di aver condiviso, al principio del loro cammino di coppia, qualcosa di prezioso, l’eredità di sposi maturi che il loro l’hanno appena concluso, almeno su questa terra.

 

A distanza di qualche mese, mi confida Luigi in questa casa dove tutto parla di Daniela: «Solo dopo la sua “partenza” s’è stagliato meglio in me il disegno sulla nostra famiglia, dagli anni della giovinezza a quelli della maturità, con tutto ciò che di gioie e dolori hanno comportato».

Sereno, anche se a tratti gli occhi gli si fanno lucidi e la voce si appanna, accenna a certi momenti cruciali del loro rapporto di coppia e con i figli, momenti capaci di compromettere un matrimonio che ha resistito invece per quarantatré anni. «Ci ha sempre salvati l’impegno a superare insieme anche ciò che poteva dividerci, visto invece come prova permessa da Dio per farci crescere». Una maturazione spirituale che negli ultimi tre anni ha alimentato una comunione più intensa ed appagante.

«Grazie anche alle esperienze fatte durante alcuni pellegrinaggi – continua –, ma soprattutto alla conversione che ne ho ricavato io (Daniela non ne aveva bisogno), la mia fede s’è irrobustita sì da stare non dico al passo con lei, sempre così esigente nel mettere Dio al primo posto, ma almeno dietro. Ci veniva da dire: come mai tanta abbondanza di grazie? Che cosa lui ci starà preparando? Che ci chiederà?».

 

In effetti a partire dal 2007 comincia per Daniela, che già ha avuto problemi di salute, un periodo di grandi sofferenze fisiche prima a causa di un delicato intervento allo stomaco e poi per la scoperta di una leucemia. Per entrambi, che da tempo condividono la spiritualità dell’unità e sentono le loro vite tra le braccia di un Padre, la prova si configura come uno dei volti di Cristo in croce che grida l’abbandono.

«Nel luglio scorso, quando ho accompagnato Daniela al Pronto soccorso per una emorragia cerebrale, le hanno dato pochi giorni di vita. Con grande meraviglia dei medici invece – e, sono convinto, grazie alle preghiere di tanti – quei giorni sono diventati sei mesi: tre in ospedale e tre qui a casa, mentre io l’assistevo notte e giorno tra ricadute e momentanei miglioramenti».

 

Quei sei mesi valgono una vita intera in quanto espressione d’un amore – quello di Dio – che s’è manifestato anche attraverso il sostegno di tanti amici, di una comunità, trasfigurando il crudo della croce.

«Quando cercavo di dirle parole rassicuranti, di conforto, Daniela rispondeva: “Ma io sono tranquilla!”. Mai che ricordi d’averla sentita lamentarsi, neppure nei momenti di più grande sofferenza (quei dolori li offriva per chi aveva bisogno). Parlava invece con naturalezza della propria “partenza”, della tomba sulla quale desiderava fosse scritto: “Io ho creduto all’Amore”. Per lei è sempre stato chiaro che la morte non significa la fine di tutto ma è l’inizio di un’altra vita, la vera.

«Fino all’ultimo ha continuato a mostrarsi serena. L’importante, diceva, era aderire alla volontà di Dio, amarci in modo da avere Cristo fra noi. Era pronta insomma; solo, nei momenti più duri, chiedeva a noi il sostegno della preghiera.

«Appena spirata, ho avuto la netta sensazione che Daniela non era più lì. Contemplavo quel corpo a me caro, ma lei me la immaginavo in viaggio verso la Trinità, là dove aveva sempre creduto e sperato di giungere. Non era più lì, eppure eravamo una cosa sola, al punto che m’è sembrato di capire solo allora il matrimonio cristiano. Non ricordo se ho pianto, so solo che in me e nei nostri tre figli c’era pace e consolazione: niente a che fare con la mestizia di chi ha perduto una persona cara».

 

A ripercorrere la storia di Daniela, la vediamo da sempre impegnata – in maniera umile e schiva – in azioni di solidarietà nelle più varie forme (è stata anche membro della San Vincenzo), finché la scoperta di un particolare volto di Cristo sofferente in ogni prossimo emarginato o nel bisogno, le dà un’ulteriore spinta a farsi carico, assieme a Luigi, delle situazioni più dolorose di cui viene a conoscenza.

Per tutti, incontrare questa creatura minuta e sorridente che suscita quasi un moto di protezione nei suoi riguardi, è entrare in un alone di dolcezza, di semplicità premurosa, di fiducia illimitata nelle verità del Vangelo.

Innamorata infatti della Parola di Dio, Daniela trova alimento spirituale per sé e per le persone che le ruotano attorno nel commento che Chiara Lubich fa mensilmente ad una frase della Scrittura. Col passar del tempo la sua disponibilità per gli altri si affina, è sempre pronta ad amare per prima senza aspettar risposta. Per il prossimo ha sempre parole di comprensione, mai un giudizio o un moto di insofferenza.

 

Daniela e Luigi danno fiducia anche a chi è respinto dalla società assumendone ogni rischio. Dal giovane egiziano che, ospite per un lungo periodo, ritrova in lei la tenerezza della mamma perduta in tenera età, al detenuto condannato per l’omicidio di entrambi i genitori affidato dal tribunale ai Maritti come famiglia dove trascorrere i permessi e le vacanze, al ragazzo pugliese orfano di madre e con un padre padrone che viene aiutato a risolvere i problemi che si trascinava fin dall’infanzia. Un episodio drammatico vede Daniela salvare in extremis una persona che stava per impiccarsi: solo le sue lacrime e le sue parole, confesserà lui alla polizia, l’avevano convinto a scendere dal tavolo dov’era salito con una corda al collo.

 

Le festività natalizie poi diventano occasioni per riunire attorno alla propria mensa le persone più disparate, soprattutto se sole. Per molte di loro questi festosi appuntamenti annuali sono occasioni attese per rigenerarsi al calore di una famiglia allargata che invita a confidenze profonde. Ed è appunto questo clima, con Daniela sempre pronta ad abbracciare tutti con quella maternità che attingeva dal suo rapporto con la madre di Gesù, ad attrarre – fra l’altro – gli ospiti del bed & breakfast, diversi dei quali mantengono il contatto con i Maritti anche dopo il loro soggiorno presso di loro.

 

Ora che Luigi si trova nella condizione di vedovo (ma quanto suona strana e inadeguata alla realtà attuale questa parola!) parte del suo tempo è dedicato a riordinare le carte di Daniela accumulatesi negli anni: riguardano riflessioni, espressioni colme di tenerezza di sposa, madre e nonna, confidenze di amica, momenti di sofferenza e di abbandono, scoperte spirituali, colloqui d’amore con Gesù e Maria, suoi modelli costanti, ma anche ricette e annotazioni delicatamente umoristiche… Legge lettere e pagine di diario già note, ma tante anche per la prima volta, con particolari inediti che si aggiungono a completare il ritratto spirituale della sua sposa.

 

E altro ancora va scoprendo di Daniela attraverso le testimonianze di chi sente oggi come un privilegio l’averla incontrata e hanno sperimentato in varie occasioni comprensione dei loro stati d’animo e aiuto nelle difficoltà.

«Dopo quel colloquio con lei prima di Natale – scrive un detenuto, che ha ripreso a pregare e ad accostarsi ai sacramenti – ho pianto come da moltissimi anni non mi accadeva: un segno positivo che sono ancora in grado di provare emozioni, turbamento e dolore». «Veramente – commenta Luigi  – Daniela ha lasciato un segno anche in persone che pensavo conoscesse appena. Non immaginavo quanto avesse seminato, e quanti chicchi avessero dato frutto».

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