Guterres (Onu): in una gara di dolore, non c’è mai un vincitore

Appello estremo del segretario generale delle Nazioni Unite ad un mese dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas. «La catastrofe in atto rende la necessità di un cessate il fuoco umanitario più urgente ogni ora che passa. Nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario»
Gaza City (AP Photo/Abed Khaled)

Ad  un mese dalla strage di 1.400 vittime compiuta il 7 ottobre dai guerriglieri di Hamas sul confine tra Israele e la Striscia di Gaza, si fanno sempre più asciutte ed essenziali le parole del Segretario generale dell’ONU, il portoghese Antonio Guterres, davanti alla reazione del governo israeliano al feroce attacco di Hamas, con il conseguente bombardamento sul territorio di Gaza, sotto controllo di Hamas, che ha provocato finora la morte di 10 mila persone, la metà delle quali bambini.

Lo sdegno per le vittime di entrambi le parti si associa all’impotenza apparente di tutte le vie diplomatiche in corso per fermare una spirale di violenza senza fine. «Stiamo assistendo a un genocidio che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e l’organizzazione che serviamo sembra impotente a fermarlo» ha scritto nella sua lettera di dimissioni Craig Mokhiber, direttore dell’ufficio di New York dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

I volti e le storie delle vittime israeliane sono messe in evidenza nel sito web www.hamas-massacre.net mentre  www.october7.org riporta le testimonianze dirette dei sopravvissuti all’eccidio del 7 ottobre.

Oltre 200 ostaggi, inoltre, restano nelle mani dei miliziani di Hamas. Guterres, nella conferenza stampa sul Medio Oriente che ha tenuto il 6 ottobre, ha voluto riprendere le parole della madre israeliana di un figlio rapito che testimoniano la persistenza dell’umanità laddove sembra scomparire ogni compassione: «Quando ci si indigna solo quando vengono uccisi i bambini di una delle due parti, la bussola morale si è rotta e la nostra umanità si è rotta. In una gara di dolore, non c’è mai un vincitore».

Sulle agenzie di stampa e sui social sono accessibili foto e filmati aberranti della carneficina in corso a Gaza. Ma le vittime si contano anche nella  Cisgiordania occupata.

Ci si rende conto in questo momento dell’importanza dell’esistenza dell’organizzazione delle Nazioni Unite, sorta dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, come istanza di ragionevolezza, diritto e umanità nei rapporti tra i popoli, anche se costantemente umiliata e contraddetta dalle strategie dei singoli stati e alleanze militari.

Questa voce della coscienza mondiale ha permesso al Segretario Generale dell’Onu di affermare lo scorso 25 ottobre «la condanna inequivocabile degli orribili e senza precedenti atti terroristici compiuti da Hamas in Israele il 7 ottobre. Niente può giustificare l’uccisione deliberata, il ferimento e il rapimento di civili o il lancio di razzi contro obiettivi civili». Allo stesso tempo Guterres ha affermato testualmente che «è importante riconoscere anche che gli attacchi di Hamas non sono venuti dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto ad anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e piagata dalla violenza. Le loro economie sono state soffocate. Poi le persone sono state sfollate e le loro case demolite».

Una chiarezza di posizione che ha suscitato le reazioni indignate del governo Netanyahu che ne ha chiesto le dimissioni senza trovare, ad ogni modo, sostegno da parte dell’alleato statunitense. Purtroppo il precipitare degli eventi, come denunciano le comunità ebraiche in tutto il mondo, sta facendo risvegliare il mostro dell’antisemitismo.

Vanno, perciò, fatte conoscere integralmente e lette con attenzione, in questo momento così fosco della storia mondiale, le parole sofferte e pesanti di Antonio Guterres accessibili anche sul sito italiano dell’Onu.

«L’incubo di Gaza è più di una crisi umanitaria. È una crisi di umanità. L’intensificarsi del conflitto sta scuotendo il mondo, sconvolgendo la regione e, cosa più tragica, distruggendo tante vite innocenti.

Le operazioni di terra delle Forze di Difesa Israeliane e i continui bombardamenti stanno colpendo civili, ospedali, campi profughi, moschee, chiese e strutture delle Nazioni Unite, compresi i rifugi. Nessuno è al sicuro.

Allo stesso tempo, Hamas e altri militanti usano i civili come scudi umani e continuano a lanciare razzi indiscriminatamente verso Israele. Ribadisco la mia totale condanna degli abominevoli atti di terrore perpetrati da Hamas il 7 ottobre – e rinnovo il mio appello per il rilascio immediato, incondizionato e sicuro degli ostaggi detenuti a Gaza. Nulla può giustificare la deliberata tortura, l’uccisione, il ferimento e il rapimento di civili. La protezione dei civili deve essere fondamentale. Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario.

Signore e signori della stampa, Gaza sta diventando un cimitero di bambini. Si dice che centinaia di ragazze e ragazzi vengano uccisi o feriti ogni giorno.

In un periodo di quattro settimane sono stati uccisi più giornalisti che in qualsiasi altro conflitto da almeno tre decenni. Sono stati uccisi più operatori umanitari delle Nazioni Unite che in qualsiasi altro periodo analogo nella storia della nostra organizzazione. Rendo omaggio a tutti coloro che continuano a svolgere il loro lavoro di salvataggio nonostante le sfide e i rischi enormi. La catastrofe in atto rende la necessità di un cessate il fuoco umanitario più urgente ogni ora che passa.

Le parti in conflitto – e, di fatto, la comunità internazionale – si trovano di fronte a una responsabilità immediata e fondamentale: porre fine alle disumane sofferenze collettive ed espandere drasticamente gli aiuti umanitari a Gaza. Oggi le Nazioni Unite e i nostri partner lanciano un appello umanitario da 1,2 miliardi di dollari per aiutare 2,7 milioni di persone, ovvero l’intera popolazione della Striscia di Gaza e mezzo milione di palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Alcuni aiuti salvavita stanno entrando a Gaza dall’Egitto attraverso il valico di Rafah.

Ma questo rivolo di aiuti non soddisfa l’oceano di bisogni. E siamo chiari: il valico di Rafah da solo non ha la capacità di gestire i camion di aiuti nella misura necessaria. Nelle ultime due settimane sono transitati a Gaza poco più di 400 camion, rispetto ai 500 al giorno prima del conflitto. E, cosa fondamentale, questo non include il carburante. Senza carburante, i neonati nelle incubatrici e i pazienti in terapia intensiva moriranno. L’acqua non può essere pompata o purificata. Le acque reflue potrebbero presto iniziare a sgorgare per le strade, diffondendo ulteriormente le malattie. I camion carichi di aiuti critici rimarranno bloccati.

La strada da seguire è chiara. Un cessate il fuoco umanitario. Subito.

Tutte le parti che rispettano tutti gli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. Ora. Questo significa il rilascio incondizionato degli ostaggi a Gaza. Ora.

La protezione dei civili, degli ospedali, delle strutture delle Nazioni Unite, dei rifugi e delle scuole. Ora.

Più cibo, più acqua, più medicine e naturalmente carburante – che entrino a Gaza in modo sicuro, rapido e nella misura necessaria. Ora.

Accesso libero per consegnare i rifornimenti a tutte le persone bisognose a Gaza. Ora.

E la fine dell’uso dei civili come scudi umani. Ora.

Nessuno di questi appelli dovrebbe essere subordinato agli altri.

E per tutto questo abbiamo bisogno di più fondi, subito. Inoltre, continuo a essere seriamente preoccupato per l’aumento della violenza e per l’espansione del conflitto. La Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, è a un punto di ebollizione.

Non dimentichiamo inoltre l’importanza di affrontare il rischio che il conflitto si estenda all’intera regione. Stiamo già assistendo a una spirale di escalation dal Libano e dalla Siria, all’Iraq e allo Yemen.

Questa escalation deve finire. Il sangue freddo e gli sforzi diplomatici devono prevalere. La retorica odiosa e le azioni provocatorie devono cessare.

Sono profondamente turbato dall’aumento dell’antisemitismo e del bigottismo antimusulmano.

Le comunità ebraiche e musulmane in molte parti del mondo sono in stato di massima allerta e temono per la loro sicurezza personale.Le emozioni sono a fior di pelle. La tensione è altissima.

Le immagini di sofferenza spezzano il cuore e l’anima.Ma dobbiamo trovare un modo per aggrapparci alla nostra comune umanità.

Penso ai civili di Gaza – per la maggior parte donne e bambini – terrorizzati dagli incessanti bombardamenti. Mi unisco alla famiglia delle Nazioni Unite nel piangere gli 89 colleghi dell’UNRWA uccisi a Gaza, molti dei quali insieme ai loro familiari.

Tra loro ci sono insegnanti, direttori scolastici, medici, ingegneri, guardie, personale di supporto e una giovane donna di nome Mai. Non ha mai lasciato che la distrofia muscolare o la sedia a rotelle limitassero i suoi sogni. Era una studentessa di alto livello, è diventata una sviluppatrice di software e ha dedicato le sue capacità a lavorare sulle tecnologie informatiche per l’UNRWA. Il suo esempio mi ispira profondamente.

Penso a tutti coloro che sono stati torturati e uccisi in Israele quasi un mese fa e agli ostaggi – rapiti dalle loro case, dalle loro famiglie, dai loro amici mentre vivevano semplicemente la loro vita. Dieci giorni fa ho incontrato alcuni familiari di quegli ostaggi. Ho ascoltato le loro storie, ho sentito la loro angoscia e sono stato profondamente commosso dalla loro compassione.

Non smetterò mai di lavorare per il loro rilascio immediato. Questo è essenziale di per sé e centrale per risolvere molte altre sfide. Una madre ha condiviso con me in modo commovente la sua desolazione per il figlio rapito, Hersh. Anche lei ha parlato fuori dal Consiglio di Sicurezza e, a proposito del confronto con l’odio, ha detto: “Quando ci si indigna solo quando vengono uccisi i bambini di una delle due parti, la bussola morale si è rotta e la nostra umanità si è rotta”. Anche nella sua totale disperazione, si è presentata davanti al mondo e ci ha ricordato che: “In una gara di dolore, non c’è mai un vincitore”.

Dobbiamo agire ora per trovare una via d’uscita da questo brutale, terribile, angosciante vicolo cieco di distruzione. Per contribuire a porre fine al dolore e alla sofferenza. Per aiutare a guarire chi è stato spezzato. E per contribuire a spianare la strada verso la pace, verso una soluzione a due Stati con israeliani e palestinesi che vivono in pace e sicurezza».

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