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Italia > Dibattiti

Guerra in Ucraina: il Vangelo, la pace, nient’altro

di Massimo Toschi

- Fonte: Città Nuova

La forza del Vangelo è una forza inerme e disarmata. Papa Francesco nella “Fratelli tutti” rivendica la fraternità per uscire dalla prigionia della guerra

Guerra in Ukrainia (AP Photo/Vadim Ghirda)

Nell’Angelus di domenica 13 marzo papa Francesco ha detto «Dio è solo Dio della pace, non è Dio della guerra, e chi appoggia la violenza ne profana il nome. Ora preghiamo in silenzio per chi soffre e perché Dio converta i cuori a una ferma volontà di pace»

Gesù, al cuore della passione, di fronte al suo arresto, risponde in modo molto netto: “Chi prende la spada, di spada perirà” (Mt. 26). I discepoli, ascoltata questa parola, scappano tutti e lasciano solo il Signore. Ecco la follia della guerra.

Nel discorso delle beatitudini, Gesù pone nell’amore ai nemici e nel benedire i persecutori lo “straordinario” cristiano, il motivo per cui il cristianesimo è il cristianesimo.

Quando si vedono i bambini feriti e uccisi, noi dobbiamo salvare i bambini senza armi e a qualunque costo, perché uccidere un bambino non è solamente colpire una persona – e già questo basterebbe – ma è uccidere il suo potenziale di futuro.

Per questo ho girato il mondo nelle città martoriate e ferite dalla guerra, proprio per salvare questo potenziale di futuro, per portare ai bimbi di Gaza, ai bimbi cristiani e musulmani sordomuti di Aleppo, ai bimbi amputati di Medea, ai bimbi di Goma feriti dal terrore, ai bimbi di Beirut la parola disarmata della fraternità, una fraternità con tutti, come dice il Papa, fratelli tutti.

Ma la pace secondo le beatitudini è anche una rinuncia. Una rinuncia dal profondo del cuore. La rinuncia come abbattimento del muro di separazione, che è il mistero stesso di Gesù: Egli è la nostra pace e ha abbattuto il muro di separazione che è l’inimicizia. (Efesini 2)

Il Vangelo continua e chiede la rinuncia ad opporsi alla violenza del malvagio: porgi l’altra guancia. E a chi ti chiede una tunica, tu lascia anche il mantello. Dunque una rinuncia anche al mantello.  Ciascuno di noi deve rinunciare, perché la pace è più forte dell’odio e della violenza.

Non ci sono armi violente capaci di generare il futuro dell’umanità, tanto meno le armi atomiche. Ecco, rinunciare alle armi.

Nel 1956 quando i russi invasero l’Ungheria, Giuseppe Dossetti nel Consiglio Comunale di Bologna che prendeva posizione a favore dei carrarmati russi, afferma che non c’è ragion di Stato o ragion di Chiesa che giustifichi anche una sola goccia di sangue versato.

Dossetti indica le sue armi, che erano le armi della preghiera e della Parola di Dio. Ben più efficaci e ben più potenti delle parole degli uomini. Questo vale ancora oggi.

Giovani Paolo II nella Centesimus Annus scrive che la caduta del muro sovietico era avvenuta per opera di un movimento di giovani cristiani, non violenti, che hanno testimoniato la pace nell’Est Europa.

Il cardinale Parolin, Segretario di Stato, in una intervista al Corriere della Sera rivendica uno spazio aperto di negoziato. Si può sempre negoziare, si deve sempre negoziare per fermare le armi.

Papa Francesco nella Fratelli tutti rivendica la fraternità per uscire dalla prigionia della guerra. Se non vogliamo rimanere prigionieri, dobbiamo rinunciare alla malapianta del nazionalismo che nasce dall’odio e dalla violenza.

Noi oggi assistiamo ad un conflitto tra i fratelli russi e i fratelli ucraini, un conflitto tra cristiani.

Ecco lo scandalo. Anche noi siamo dentro questo conflitto e ci dobbiamo stare tutti da cristiani.

Se le armi che vengono chieste producono morte, noi dobbiamo rispondere con la preghiera e il digiuno.La forza del Vangelo è una forza inerme e disarmata. Non possiamo velare il Vangelo, come dice l’apostolo Paolo.

Di fronte a questi giorni terribili, di fronte ai bambini ucraini dobbiamo rivendicare la parresia, il dire tutto il Vangelo. Non serve sparare, serve amare. La sorella e il fratello che sono alla nostra porta.

E qui l’amare significa dare la vita per il fratello che ci è nemico. Dare la nostra vita.

Ecco, i discepoli del Signore sono chiamati a non abbandonare le vittime, tutte le vittime di ogni conflitto. Non portiamo armi e aerei, portiamo la condivisione. È questa l’unica fraternità.

Nel tempo della guerra dobbiamo rendere conto della speranza che è in noi, la speranza della pace a tutti i costi, la speranza che affida a Dio la nostra esistenza.

Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono.

Riproduzione riservata ©

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