Una guerra a colpi di spazzatura

Quel che era stato annunciato nel marzo scorso si sta avverando: le montagne di spazzatura che la Cina riciclava, e che ora non vuole più, si stanno ammassando con effetti disastrosi in varie regioni del pianeta.

Dal primo gennaio 2018, la Cina ha introdotto il divieto d’importazione per 24 tipi di rifiuti. A marzo sono state aggiunte altre 32 categorie di “spazzatura”, e altre 16 non saranno più gradite dalla fine del 2018. Così, quello che era il maggiore importatore di spazzatura riciclabile del pianeta sta ora chiudendo i suoi battenti al mondo intero.

Alla fine di marzo di quest’anno, le notizie di possibili reazioni cinesi alle sanzioni economiche che gli Stai Uniti d’America volevano introdurre contro le sue esportazioni, hanno iniziato a fare il giro del mondo: la Cina, attraverso il ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente ha notificato all’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) che aveva in programma di introdurre il divieto d’importazione di altri tipi di spazzatura riciclabile oltre a quanto vietato dall’inizio dell’anno, compresi materiali sensibili come le bottiglie di soda, vari tipi di carta non differenziata, acciaio… giusto per fare qualche esempio.

Un passo diplomatico corretto, quindi, fatto attraverso i canali ufficiali, e non annunciato spavaldamente su Twitter. Una mossa “intelligente”, che ha spiazzato l’avversario statunitense su un piano inatteso. Immediatamente gli Stati Uniti hanno protestato, attraverso i propri rappresentanti al Wto di Ginevra, chiedendo a Pechino di riconsiderare la decisione, che avrebbe avuto effetti disastrosi per l’intera catena di riciclaggio di materiali a livello mondiale, in primis negli Usa. Pechino ha risposto che avrebbe atteso qualche tempo, come segno di buona volontà, ma che alla fine ogni Paese avrebbe dovuto farsi carico dello smaltimento dei propri rifiuti.

Sulla rivista Recycling Today o su rt.com è possibile seguire la vicenda, passo dopo passo. La Cina è in effetti il maggior importatore di spazzatura dagli Usa, e nel 2016 ha comprato ben 5,6 miliardi di dollari di rifiuti a stelle e strisce, permettendo così indirettamente la creazione di 155 mila posti di lavoro negli Usa. Questi divieti da parte della Cina obbligheranno gli utenti statunitensi a riconsiderare il loro stile di vita, “costringendo” più persone a fare la differenziata. Altro esempio, quello del Giappone, che in questi giorni sta soffrendo di tali divieti cinesi d’importazione di plastica riciclabile: la Cina acquistava circa la metà del milione e mezzo di tonnellate di plastica prodotte dal Paese. E ora? In Giappone 34 municipalità hanno già lanciato i primi segnali d’allarme, con le scorte di plastica da riciclare ormai arrivate a limiti di sicurezza sanitaria.

Anche in Inghilterra il divieto d’importazione di plastica riciclabile si fa sentire, con le associazioni dei governi locali (Lga) che gridano letteralmente «aiuto!» per la quantità di plastica che anche qui raggiunge livelli di guardia e fa aumentare a dismisura i costi di gestione. Gli Usa stanno ora esportando la loro spazzatura verso aziende cinesi dislocate altrove, come in Malesia, in Thailandia e in Vietnam, ma questi tre Paesi non hanno nessuna intenzione di diventare la discarica del mondo, e stanno aumentando i filtri doganali e i divieti d’importazione. Recentemente in Thailandia, ad esempio, sono state chiuse alcune fabbriche nella zona industriale di Chonburi, per aver evaso il divieto d’importazione di materiale di scarto di computer altamente inquinanti, come riporta il Bangkok Post.

Insomma: c’è una guerra nascosta tra Paesi meno ricchi con risorse ambientali da difendere e Paesi più ricchi che preferiscono sporcare lontano da casa loro. Certamente – ecco l’altra faccia della medaglia – la Cina ci guadagnava dal riciclaggio di tali rifiuti, e in patria non poche aziende dovranno riconvertire le loro attività. È perciò evidente come vi sia ormai bisogno urgente di una coscienza condivisa a livello mondiale per la protezione dell’ambiente e  a favore di una vita più sobria, come auspicato nella Laudato Si’ di papa Francesco. E c’è bisogno pure di concertazione a livello mondiale: checché ne pensino i “sovranisti”, sempre più problemi vanno risolti con una maggior intesa internazionale tra Stati sovrani, ma collaboranti.

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