Guareschi, padre e poeta

Fedele alla sua fanciullezza, libera e creatrice, ha affascinato decine di milioni di lettori in tutto il mondo.
Guareschi
Su una cosa non sono d’accordo con il o gli estensori dei risvolti di copertina del libro Giovannino nostro babbo (Rizzoli), la biografia struggente e leggera, scritta da Alberto e Carlotta Guareschi, del loro grande padre; quando lo chiamano «“poeta” della Bassa»: le virgolette sono proprio da togliere. Guareschi è non solo un grande scrittore ma altrettanto un poeta senza virgolette, con buona pace di chi, piccolo poeta, disse che no, Guareschi non doveva essere accolto nella letteratura italiana del Novecento.

Questo bellissimo libro in grande formato, di parole, fotografie, disegni d’autore e documenti, sembra edito in un’altra Italia, non in questa del Grande fratello che non sa riconoscere un grande Padre.

Ciò che è più attraente in questo libro-album di 450 pagine, che vale i 60 euro del suo costo, è che foto disegni e documenti tengono, con il testo che li spiega e li accompagna “minuto per minuto”, il ritmo di una cronaca medievale che racconta interni ed esterni, tempi e luoghi, privato e pubblico con aperta familiarità e dignità insuperabile perché formata insieme da sincerità e riserbo: ecco l’enorme differenza con i mentitamente detti reality, che la dignità la consumano tutta nella falsificante, sfacciata esibizione.

 

Guareschi, come tutti i veri poeti, è concretissimo, niente astratto o visionario: ama, accarezza, e usa macchine d’ogni genere con cui lavora o si svaga, costruisce casa, e sempre nei suoi racconti – per chi li sa leggere – più che vedere e descrivere cose e persone sembra seguirne il profilo con il pollice come i falegnami e inumidire la punta della matita che li raffigura, da quell’ottimo disegnatore che oltretutto è.

Se poi pensiamo che questa sua polivalente poesia della vita ha consapevolmente e deliberatamente non solo allietato ed edificato, nel senso bellissimo della parola, decine di milioni di lettori in tutto il mondo, ma anche dato lavoro a tanti compaesani in un periodo economico difficile, allora scopriamo che quest’uomo sanguigno e soave, dalla faccia terragna e dall’anima evangelica, e che ha potuto come pochi, dopo la guerra e il lager, dire di non aver mai odiato nessuno, è stato, senza la retorica che aborriva e di cui non c’è traccia nella sua opera, uno dei non molti veramente grandi italiani del Novecento, e uno dei massimi scrittori mondiali del secolo, continuo a ripeterlo a una critica che continua in gran parte a non capirlo, perché chi sta in basso neppure vede chi sta più in alto.

 

Guareschi è esemplare di quella semplicità creativa che possiedono i veri artisti; disegna vignette memorabili, scrive racconti stupendi, va a visitare cordialmente, lui antimarxista, il vecchio marxista ispiratore del suo Peppone, lavora il ferro, adora i figli, che da tanto tempo lo ripagano anche pubblicando gli inediti e ora raccontandolo per parole e immagini; dà una mano a far perdere le elezioni ai comunisti, ha furori omerici ma poi li dimentica, sa di essere mezzo don Camillo mezzo (non ideologicamente ma umanamente) Peppone, trasfigura sempre il suo “mondo piccolo” materiale e passionale in un anteparadiso di brava gente, perché sa, da cristiano vero che ispira l’artista, trarre da tutti i conati umani la speranza ineffabile che sempre nascostamente, e pure negata, li sommuove e li agita; correggendo con il testardo idealismo rosso di Peppone la fede aggressiva di don Camillo, e con l’umiltà affiorante di questo l’albagia ideologica di quello.

Un’altra Italia, dicevo, di cui avremmo oggi tanto bisogno, non riconoscendo più nella nostra né il candore né lo slancio di quel bene e di quel male intrecciati ingenuamente e anche avvinghiati, ma non confusi, come lo sono invece, spesso e banalmente, oggi.

 

Il segreto di Guareschi, oltre al naturale originalissimo talento, era la volontà di restare fedele (lo dice di sé anche Bernanos) alla sua fanciullezza libera e sognatrice: da lì si vedono nascere proprio come sogni i suoi personaggi, la sua umanità buona e redimibile se non buona, che ha al fondo una dote oggi così rara, la capacità di prima o poi autocriticarsi e sciogliersi in ironia.

Se la critica letteraria fosse meno accademica e schierata, saprebbe almeno oggi riconoscere le misure e le dimensioni peculiari e singolari di questo grande; speriamo che ciò possa avvenire nei futuri anni, o secoli.

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