Guardava sempre avanti

Nel ricordo personale del preside di Sophia, la poliedrica personalità dell’ex arcivescovo di Milano emerge nella sua dimensione totalmente evangelica.
Il card. Martini

«Oggi servono rapporti di trasparenza personale». Così, l’allora rettore dell’Università Gregoriana di Roma, Carlo Maria Martini, con una di quelle frasi semplici ed incisive che l’hanno reso vicino a tanti, fotografava nell’autunno del 1979 l’esigenza principe di una formazione all’altezza del Vangelo e della sfida dell’oggi. Quelle parole mi toccarono il cuore. Ero studente di teologia alle prime armi e partecipavo a un convegno su questo tema al Centro Mariapoli di Rocca di Papa. Dopo l’intervento, si scese con lui in treno, da Frascati a Roma. Prima di salutarci ci chiese una preghiera per una sua intenzione.

Non passò molto tempo e fu pubblicata l’imprevista notizia della sua nomina ad arcivescovo di Milano. Il biblista di fama internazionale, ben noto nella ristretta cerchia degli addetti ai lavori, saliva sulla cattedra che era stata, tra gli altri, di sant’Ambrogio e di san Carlo Borromeo. Chi lo conosceva più da presso già ne apprezzava l’amore per la Parola di Dio, la spiritualità, l’umiltà e lo spirito di servizio, lo stile sincero e colloquiale, l’attenzione rigorosa e instancabile al destino concreto di ogni persona nell’interezza delle sue dimensioni ed aspirazioni. La scelta di Giovanni Paolo II fu salutata da unanime plauso.

E ben presto il magistero e la testimonianza di Martini cominciarono a fare storia facendo breccia nei cuori. Non sempre guadagnandosi il consenso di tutti, è vero, ma lasciando una traccia indelebile in un numero crescente di uomini e donne, di tutte le estrazioni e di tutte le fedi religiose e convinzioni, in Italia e nel mondo. Come si è potuto vedere dalla vasta eco suscitata ovunque dalla sua morte e dalla corale partecipazione alle sue esequie.
 
Ma chi è stato il cardinale Martini? La risposta, a tutta prima, può apparire tutt’altro che facile, vista l’imponenza della sua figura e la versatilità del ruolo che ha giocato su innumerevoli fronti. Sarà necessario del tempo per scoprire e far tesoro di tutto ciò che ci ha lasciato in eredità. Ma è altrettanto vero, a ben guardare le cose, che la risposta è anche semplice e immediata: Martini è stato un uomo di Dio del nostro tempo e per il nostro tempo. Questa convinzione si è via via accresciuta, in me, e illuminata di sempre nuovi colori, negli incontri che in diverse occasioni e per diversi motivi ho avuto il dono e la gioia di vivere con lui nel corso di tutti questi anni. Grazie ad essi mi si sono aperti degli squarci intensi su alcune delle molteplici espressioni del suo ministero di vescovo, della sua testimonianza di cristiano e della sua ricchezza e trasparenza di cuore.

Era il maggio del 1989. A Basilea si celebrava la prima Assemblea ecumenica europea. Martini era presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, l’organismo che raccoglie i rappresentanti dell’episcopato cattolico del continente e, come tale, era co-presidente dell’assemblea, insieme al patriarca di Mosca, Alessio. Per parte mia, ero membro della delegazione cattolica dall’Italia. Ricordo l’impressione che mi fece lo stile con cui Martini presiedeva, quand’era il suo turno, l’assemblea. La scelta di un brano biblico capace d’illuminare passo passo il cammino che si andava facendo e il costante discernimento, attraverso l’ascolto di tutte le voci che si esprimevano in aula, di ciò che lo Spirito – come insegna la Scrittura – «dice alle Chiese».
Mi vide e salutò il giorno dell’inaugurazione e subito manifestò il desiderio d’incontrarmi. Fu il primo dialogo a tu per tu. Si parlò di Europa, di ecumenismo, di rapporto con la modernità. Avevo seguito con interesse la pubblicazione delle sue lettere pastorali che facevano respirare aria nuova (la prima sulla dimensione contemplativa della vita, la seconda In principio era la Parola) e mi ero nutrito con profitto di parecchi suoi libri (ricordo il primo, sul cammino della comunità dei discepoli nel Vangelo di Marco). Ma anche lui, con mia sorpresa, mi disse di aver letto il primo libro che avevo scritto a motivo della centralità del tema che trattava: l’annuncio e la testimonianza di Gesù abbandonato e risorto e, in lui, di Dio Trinità nella storia di oggi. Il dialogo su questa stessa lunghezza d’onda riprese due anni dopo, durante il Sinodo dei vescovi sull’Europa del ’91, appena dopo il crollo dei muri. E anche in quell’occasione fu diretto, essenziale e vero. Uno sguardo che guardava avanti.
 
Nel 1995 la Chiesa in Italia viveva l’appuntamento del suo terzo Convegno ecclesiale nazionale, a Palermo. Martini era stato uno dei protagonisti del precedente convegno, quello di Loreto, dieci anni prima: un momento per svariate ragioni difficile tanto che, da allora, ci fu chi insinuò (e volle fomentare in modo strumentale) una divergenza di opinioni tra Martini e il papa. Costatai di persona che la differenza di sensibilità e anche di linea pastorale, se c’era, non incrinava per nulla l’unità, quando Martini m’invitò a tenere una relazione a Milano in vista appunto del convegno di Palermo. Non solo vidi all’opera, in quell’occasione, il magistero di un vescovo che, nel modo di servire e guidare il suo popolo, mi richiamava ciò che dalla storia impariamo sui Padri della Chiesa, ma fui stupito di come egli, con sereno puntiglio, dedicasse la maggior parte del suo intervento a illustrare gli insegnamenti più recenti di Giovanni Paolo II.
Ma proprio perché vera e profonda – e cioè secondo il cuore di Gesù –, questa comunione (nutrita di fedeltà ed espressa nell’obbedienza) è stata sempre animata da libertà di spirito, sincerità, lungimiranza. Comunione, sì, ma non cortigianeria o uniformità. In particolare, il discernimento, alla luce della Parola di Dio, delle vie segnate da Dio per il suo popolo nei sentieri del tempo, è stato l’assillo costante di Martini e l’arte costosa che egli ha appreso ed esercitato, con gioia ma anche con sofferta responsabilità, sulla scia tracciata dal carisma di sant’Ignazio di Loyola. È in questa luce che la sua sintonia convinta col Vaticano II – non come un patrimonio alle nostre spalle, ma come una bussola di orientamento per camminare avanti – acquista tutto il suo significato e manifesta il suo spessore.

Anche a questo proposito ricordo un incontro, nel 2003, ad Anagni, in occasione del Convegno nazionale dell’Associazione teologica italiana, di cui ero stato appena eletto presidente. Presentai e moderai l’intervento di Martini sul tema dell’esercizio dell’autorità nella Chiesa. Gli aveva dato questo titolo: “Sono in mezzo a voi come colui che serve”. Raccontò la sua esperienza di vescovo alla luce della Parola di Dio e della figura di Chiesa tracciata dal Concilio. Era il suo primo intervento pubblico dopo la conclusione del suo ministero a Milano. Aveva raggiunto intanto, per un anno sabbatico, Gerusalemme, la “sua” città: la città di Gesù, la città piagata dalla divisione tra i cristiani e tra ebrei, cristiani e musulmani, la città della promessa.

L’ultimo incontro col cardinal Martini l’ho vissuto lo scorso anno, a Gallarate, nella casa spaziosa e serena che accoglie padri gesuiti anziani e in precarie condizioni di salute. Già due anni prima ci eravamo incontrati in quella sede nell’atto di costituzione di un’associazione per la promozione della conoscenza del Concilio e del suo spirito a servizio della Chiesa di oggi. Ora gli dovevo chiedere un consiglio e una preghiera. Fu un incontro breve, tutto quello che gli era permesso dalla sua incalzante infermità, ma di un’intensità per me straordinaria. I suoi occhi limpidi e bambini, la sua parola quasi impercettibile ma luminosa e calda, l’atmosfera semplice ma di cielo che si respirava.
Si parlò anche di Chiara Lubich e dell’Istituto universitario Sophia, per l’inaugurazione del quale aveva inviato un augurio di suo pugno: «Sophia è una cosa importante – mi disse – che Chiara ha messo nelle vostre mani per la Chiesa». Mi lasciò con un abbraccio. Portai via la certezza d’aver toccato con mano la presenza discreta ma inconfondibile di Dio che non lascia di far capolino, nel chiaroscuro della nostra vita, attraverso la vita e la parola dei suoi amici.

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