Grecia tra debiti e democrazia

Viaggio nel primo Paese europeo a rischio fallimento. Dalla piazza e dai giovani nuove idee per un governo del popolo e non delle banche.
Grecia
«Non portate i capitali fuori, investite nel nostro Paese». L’appello trasmesso in radio dal ministro dell’Economia Evangelos Venizelos suona come una supplica. Il palinsesto lascia poi la parola al primo ministro George Papandreou che espone gli ultimi ritocchi al piano di salvataggio che l’Unione europea ha imposto alla Grecia, per evitare il fallimento. Le ultime vittime dei tagli sono i militari: trecento euro in meno da gennaio 2011. Non è un errore temporale: i tagli in Grecia sono retroattivi; già da parecchi mesi gli impiegati pubblici non ricevono uno stipendio pieno e dopo gli ultimi annunci gli arretrati sono stati seppelliti definitivamente. Anche nel settore privato tanti lavorano con paghe dimezzate o senza percepire un euro, ma continuano ogni mattina a timbrare sperando di conservarsi almeno un impiego.

 

Un Paese in bancarotta, debito pubblico elevato, incapacità di pagare i rendimenti dei titoli, aumento dei suicidi specialmente tra gli imprenditori caduti in mano all’usura: queste le notizie che si susseguono sui media a tutte le ore. Sembra di essere sintonizzati su un unico programma che racconta attimo dopo attimo l’agonia di una nazione. Ad Atene la gente è allibita e sconfortata, mentre la crisi si materializza in kafenion (caffè) vuoti, negozi chiusi, licenziamenti, buste paga dimezzate e di conseguenza mutui e affitti scoperti.

 

Perché ci hanno lasciati all’oscuro per tutti questi anni? Perché le banche ci hanno lasciato prendere soldi senza preoccuparsi delle garanzie? Che fine hanno fatto i fondi europei? Queste sono le domande che serpeggiano nel Paese, non solo a piazza Syntagma, dove la protesta degli indignados greci ha preso il via e da più di cinquanta giorni ha reso queste aiuole verdi nel cuore commerciale di Atene un presidio di cambiamento.

 

Politica ed economia malate

«I politici hanno rubato milioni di euro e a oggi non si riesce a quantificare il danno economico che hanno apportato alla nazione». Padre Spyros, ortodosso di Iraklio, denuncia senza mezzi termini i rappresentanti parlamentari. La crisi economica del Paese si lega alla crisi dei valori e delle tradizioni e le prove, per il sacerdote, sono due: il sistema sociale fatto a pezzi dalla corruzione e le tante carte di credito emesse su debiti.

 

«Ad un mio parrocchiano sono stati chiesti ottomila euro per un bypass. Aver garantita l’assistenza dei medici significa preparare cospicue bustarelle in anticipo». E continua: «Le banche hanno dato prestiti anche per i regali e le vacanze, illudendo tutti con una ricchezza facile che ha, invece, gettato sul lastrico molti».

 

La Chiesa greca ha appena ottenuto dal governo una caserma dell’aviazione per approntare luoghi di ricovero e assistenza, temendo le disastrose conseguenze di un ulteriore crollo economico, mentre in varie città sono state aperte delle mense. Quella gestita dalla Caritas in pochi mesi ha visto crescere in maniera esponenziale i suoi frequentatori. Questo mentre il governo ha tagliato un sussidio di 50 mila euro alle opere sociali della Chiesa cattolica, alcune delle quali dovranno chiudere.

 

«C’è troppo clientelismo, nei partiti, nei sindacati, all’università: tante piccole illegalità che sommate hanno prodotto una politica malata e un’economia malata, con la quasi certezza dell’impunità giudiziaria». È duro il giudizio di Theodoros Kondidis, direttore della rivista Orizzonti Aperti e superiore dei Gesuiti in Grecia. «Dare la colpa agli altri che siano la Banca europea, la Germania, l’Europa è un comportamento adolescenziale che scarica sul nemico le proprie responsabilità, mentre in realtà non c’è coscienza del bene comune e della coesione nazionale neppure in casi disperati».

 

I partiti al governo e all’opposizione rimangono arroccati nell’ideologia, in una sclerosi di pensiero e di azione. «Tutti fanno cartello contro le privatizzazioni, contro le tasse ai ricchi. Fare impresa è difficilissimo e la burocrazia nel nostro Paese ti soffoca».

 

Le voci della crisi

Nelle viuzze di Monastiraki, un bazar all’aperto pullulante di gente a tutte le ore, è Apostolos a dar voce alla crisi. È antiquario e andrà in pensione tra pochi mesi, senza ben sapere del suo futuro reddito. Le leggi cambiano in maniera così repentina che il calcolo è impossibile: spera in 800 euro, un vitalizio da nababbo, rispetto ai 350 che spetteranno agli agricoltori.

Fotis, un grafico trentenne, per mesi non ha visto un euro dalla sua azienda e così ha deciso di esercitare la sua creatività con pubblicità fatte in casa, dove ha allestito uno studio.

 

Uno che da questa crisi ha tratto un’opportunità di guadagno è Christos, 24 anni. Non fa lo speculatore finanziario, ma il maestro di bouzouki, tipico strumento greco. «La gente è triste e vuole imparare a suonare uno strumento per ritrovare l’allegria che ci contraddistingue come popolo». Lui ha cominciato a dare lezioni economiche e ha già 25 allievi; date le richieste sta preparando un sito specializzato con lezioni a pagamento online.

 

L’agorà a piazza Syntagma

La stessa opportunità la cercano i giovani che presidiano da quasi due mesi piazza Syntagma, diventata lo spazio di pensiero e di libertà dei greci. Richiama la primavera araba per vitalità, inventiva, sete di partecipazione; ma non è la sola: tra isole e terraferma le piazze coinvolte sono un centinaio. Non sventolano bandiere di partito qui. Il caldo sfiora i 41 gradi e ha un po’ smorzato i numeri dei partecipanti rispetto alle scorse settimane, ma non ne ha risentito l’entusiasmo che alle 19 di ogni sera li vede riuniti in 15 assemblee contemporanee di studio.

 

Ci sono gli avvocati, i traduttori, gli artisti, i comunicatori. C’è il gruppo di solidarietà che in queste settimane ha trovato un impiego a sei giovani e ne ha avviati altri al lavoro nei campi in una cooperativa agricola biologica. C’è chi gestisce la banca del tempo e chi ha messo su dei banchetti per il baratto.

Di governo del popolo parla Dafni, giornalista parlamentare del primo canale nazionale: «I politici vivono in un altro mondo distante dalla gente, inventano virtuosismi di parole che nascondono la verità e cioè che a Natale i greci saranno senza cibo. Quello che sta succedendo in questa piazza – continua – era impensabile: la gente ha vinto la paura, legge, si informa, discute e propone. Qui c’è la democrazia diretta, quella delle nostre origini».

Un moto d’orgoglio la riconduce all’agòra ateniese da cui tante forme di governo hanno preso spunto. La democrazia diretta si esercita ogni domenica quando l’assemblea dei gruppi delibera su alcune decisioni. L’ultima azione riguarda la denuncia della polizia al tribunale per l’aggressione dei manifestanti il 28 e 29 giugno.

 

«Hanno lanciato lacrimogeni e pietre ad altezza uomo: la manifestazione era pacifica, ma è stata agitata da gruppi noti alle forze dell’ordine che non li hanno controllati». Stelios si è beccato una manganellata e sa bene di cosa parla. Ha 26 anni e montava documentari: «Sono qui perché voglio dare bellezza ai miei occhi e cibo alle mie speranze. Noi non vogliamo fare un partito e restarci ingessati. Vogliamo produrre pensiero politico e fare una politica nuova». Certi proclami sono un po’ naïf e spesso hanno la meglio sui progetti; certo è che qui si sta muovendo qualcosa, forse non solo per la Grecia. La crisi economica ha fatto risorgere la partecipazione, la voglia di democrazia ed è il popolo, la società civile a riprendere la parola. Sono segnali chiari inviati ai rappresentanti politici greci e dell’intera Europa: è tempo di cambiamento.

 

Box

Maggiore uguaglianza per tutti

 

L’arcivescovo cattolico di Atene, monsignor Nikolaos Foscolos commenta la crisi della Grecia, imputando ai politici grande responsabilità per le sofferenze del Paese.

 

Monsignor Foscolos, come vede il Paese?

«La crisi nasce da una grande incapacità politica. I nostri rappresentanti, dall’ingresso nell’Ue, non hanno fatto molto. Pensi che le strade sono state rifatte grazie ai giochi olimpici. Ogni partito poi ha aumentato il numero degli statali per avere voti: ci sono impiegati iscritti come tali che non sono mai andati a lavorare. Io stimo i giovani di Syntagma: hanno avuto coraggio, si interrogano, vogliono il cambiamento e questo lo desideriamo tutti». 

 

La Chiesa cosa può dire e fare?

«La Chiesa cattolica non è riconosciuta neppure come ente giuridico e talvolta è stata vista come nemica dello Stato, per cui la sua influenza è praticamente nulla. Le nostre opere sociali sono tassate, ma dallo scorso anno non riceviamo più il sussidio di 50 mila euro che ci consentiva di far fronte alle emergenze. Probabilmente saremo costretti a chiudere una casa di riposo e avremo seri problemi a mantenere la Caritas e l’Opera rifugiati. I greci cattolici poi sono una minoranza nella minoranza, impossibile puntare su loro. Certo rispetto alla Chiesa ortodossa siamo indipendenti: i nostri sacerdoti non sono pagati dallo Stato, come accade per loro, che ora dovranno limitare persino le ordinazioni: solo due ogni cinque sacerdoti pensionati. Questa indipendenza dapprima criticata, ora invece viene osservata con attenzione e non sono pochi i vescovi ortodossi che la auspicano anche per loro».

 

Se domani si trovasse di fronte a Papandreou cosa direbbe?

«Uguaglianza di diritti per tutti. Solo questo».

 

L’intervista completa su www.cittanuova.it.

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