Grazie per ieri

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Quel giorno era di turno Adam. Gli avevano raccomandato di prendersi cura di un ragazzo che lui conosceva bene. Sedici anni, biondo, alto, non mostrava segno di malattia. Sensibile ad un sorriso e ad una buona parola, aperto, disponibile a parlare. La vita non gli aveva risparmiato i suoi colpi: la morte misteriosa del padre, le cure della madre tossicodipendente. Nei momenti liberi aveva una penna in mano e scriveva, la faccia pensierosa, lo sguardo in alto. Sognava. Una volta Adam aveva letto i suoi versi. Erano pieni di nostalgia per un abbraccio, una carezza, un amore che nella sua vita erano mancati. Sperava che un giorno sua madre sarebbe arrivata e l’avrebbe portato via da quell’ospedale. Il venerdì, giorno delle uscite, stava seduto vicino alla porta e aspettava. Ogni volta che la porta si apriva cercava con lo sguardo la persona attesa. Ogni volta che il telefono squillava, usciva dalla stanza e fissava il centralino, sperando di sentire il suo nome. Non riceveva mai una visita, neanche una telefonata. Attendeva e appassiva, insieme ai suoi versi. Quel giorno il ragazzo aveva già avuto alcune ore di psicoterapia; di parlare ancora non ne avrebbe avuto più voglia. Adam decise di restare accanto a lui in silenzio. Non aveva mai visto nessuno con un tale bisogno d’amore. Sapeva che nel suo lavoro vige un certo rigore professionale: occorre mantenere una distanza emotiva dai pazienti, gli eccessi di empatia possono essere pericolosi. E lui avrebbe voluto abbracciarlo, prendere su di sé un po’ del suo dolore, fargli sentire, almeno per un attimo, l’affetto di una madre e di un padre. Il ragazzo chiese di potersi assentare. Adam disse che l’avrebbe aspettato nel suo gabinetto. Dopo poco ebbe un presentimento: una voce gli diceva di stargli vicino, di non lasciarlo. Andò da lui. Il ragazzo stava fuggendo. Adam gli si sbarrò la strada, provò a convincerlo con le parole, ma lui non ragionava. Dovette fermarlo con la forza. Non l’aveva mai fatto prima. Fu una sensazione terribile: limitare la libertà altrui, combattere con se stesso e con l’altro. Non voleva fargli alcun male. Lo immobilizzò. Il ragazzo, impotente, ripeteva ad alta voce sempre le stesse parole, come un disco incantato: implorava di lasciarlo andare. Adam si dimenticò del rigore professionale, dei pericoli dell’empatia, della distanza emotiva. Il volto in pianto del ragazzo con la bava alla bocca gli sembrava un’icona di Gesù sofferente. Prese tra le mani il suo volto ed iniziò ad accarezzarlo, ripetendo con dolcezza il suo nome. Le parole di Adam si intrecciavano, ruotando, con quelle del ragazzo, in un moto a spirale che diventò, da lamento, prima nenia e poi salmo. Il ragazzo, pian piano, si tranquillizzò. Tornando a casa, Adam rivisse più di una volta la scena, chiedendosi se avesse agito nel modo giusto. Il giorno dopo il ragazzo aspettava vicino alla porta, come fosse venerdì. Ma non era venerdì. E aspettava lui. Gli diede la mano e disse: Grazie per ieri. Ero deciso a togliermi la vita.Oggi ho capito che sarebbe stato un passo sbagliato. La direttrice chiamò Adam nel suo ufficio. Voleva ringraziarlo personalmente, complimentarsi per la professionalità dimostrata in quella situazione critica. Adam non riusciva a reputare quel successo come suo. Disse che lui aveva solo ascoltato una voce.

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