Grandi opere in Qatar: lavoratori-schiavi

Nonostante la denuncia del sindacato internazionale, non sembrano destinate a migliorare le condizioni di lavoro delle centinaia di addetti che operano nei cantieri del Mondiale 2022 che vedono coinvolte le principali società transnazionali di costruzioni. Pubblichiamo la seconda parte dell'intevista ad Antonio Ferigo di Sindacalmente   
Qatar 2022. Petrodollari e diritti umanii

L'emirato del Qatar è un cantiere gigantesco finalizzato ad ospitare, nonostante numerose polemiche, i Mondiali di calcio del 2022. Pubblichiamo la seconda parte dell'intervista (la prima parte "Giulio Regeni e i diritti dei lavoratori in Medio Oriente") ad Antonio Ferigo sulla durissima condizione dei circa due milioni di lavoratori asiatici che non fanno notizia.

 

Quali sono le aziende coinvolte nelle grandi opere del Qatar?

«Secondo il rapporto Ituf si tratta delle maggiori multinazionali nel campo delle costruzioni mondiali che hanno contratto joint ventures con partner del Qatar. Società spagnole, statunitensi, francesi, turche, inglesi, giapponesi, ma c'è anche l’italiana  Salini Impregilo. Alcune imprese (Vinci, Carillon e Hochtief) hanno già annunciato che i loro margini di profitto si aggirano dal 5 al 10 per cento del valore del progetto. Un 7,5 per cento corrisponde a 15 miliardi di dollari di profitti».

 

Quali sono le condizioni di lavoro secondo il rapporto del sindacato internazionale?

«Praticamente tutte le aziende che hanno stabilito un contratto con un'agenzia in Qatar devono rispettare il codice di lavoro locale che si può sintetizzare in una sola parola: "schiavismo"».

 

In che senso  si usa questo termine?

«Il lavoratore è totalmente soggetto alle decisioni dell'azienda. Non può scegliere un altro lavoro senza un permesso. Non può organizzarsi in un sindacato. Non può lasciare il Paese, il passaporto gli viene tolto all'ingresso. Non può avere una patente di guida. Né un conto in banca. Vive in zone controllate. È a tutti gli effetti proprietà dell'imprenditore».

 

Quanto viene pagato il lavoro?

«Per un operaio addetto a costruire uno stadio parliamo di 1,5 dollari all’ora per 78 ore settimanali su sei giorni».

 

Quanti infortuni si registrano? Quali sono le condizioni di lavoro?

«Non ci sono statistiche. Il governo rifiuta di pubblicare dati precisi e impedisce ogni indagine indipendente sulle ragioni di decessi e incidenti. Le autopsie sono proibite. I dati, inoltre, sono manipolati. Un decesso per  infarto copre tante morti  avvenute per altre ragioni».

 

E i media? 

«La stampa locale è sotto controllo. Anche i giornalisti stranieri subiscono delle restrizioni se si spingono oltre il consentito. Ad esempio, a inizio 2015, una troupe della Bbc è stata arrestata e interrogata sulla sua attività. Giornalisti tedeschi sono stati trattenuti contro la loro volontà per diversi giorni e il loro equipaggiamento sequestrato con la cancellazione di tutte le fonti acquisite».

 

Ci sono pressioni dall’esterno per far rispettare condizioni più umane di lavoro?

«Purtroppo la sola denuncia e pressione del sindacato internazionale non basta. Sarebbe necessaria una vasta mobilitazione a livello diplomatico, sociale verso le imprese multinazionali, come azioni organizzate di informazione ai clienti, boicottaggio degli acquisti. Qualche cosa era emerso con il caso eclatante della corruzione interna alla Fifa che ha portato a rinnovare i vertici dell’organizzazione del calcio mondiale. Ma tutto mi sembra rientrato nei ranghi. Un effetto particolare imprevisto è arrivato grazie agli accordi quadro internazionali firmati dai grandi sponsor del mondiale: Adidas, Budwaiser, Coca Cola, Gazprom, Hyundai, Kia, McDonalds e Visa. Si tratta di brand mondiali che si sono vincolati al rispetto di determinate condizioni standard di lavoro. Qualche problema è insorto all’interno dell’organizzazione ma senza avere effetti dirompenti. Ci vuole altro».

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