Grande diga sul Nilo, riprendono i negoziati

Sudan, Egitto ed Etiopia riprendono il confronto per cercare di risolvere le divergenze sulla questione della grande diga in costruzione da parte di Addis Abeba sul grande fiume.

L’incontro a livello ministeriale tra i tre Paesi (Sudan, Egitto ed Etiopia) coinvolti nella costruzione della Grande diga sul Nilo avverrà in videoconferenza. Alla riunione parteciperanno altresì tre osservatori degli Stati Uniti, dell’Unione europea e del Sudafrica.

Chiamata a diventare la più grande installazione idroelettrica in Africa, la “Grande diga rinascimentale” che l’Etiopia costruì sul Nilo Azzurro è stata fonte di grande tensione tra Addis Abeba e Il Cairo sin dal 2011. Così i colloqui tra Egitto, Sudan ed Etiopia sull’operazione e sul riempimento del suo bacino idrico erano stati interrotti per più di quattro anni.

Al centro della disputa ci sono i piani per riempire i bacini della mega-diga, perché l’Egitto teme che il progetto consentirà all’Etiopia di controllare il flusso del fiume più lungo dell’Africa. Ricordiamo che l’Egitto dipende dal Nilo per il 90% della sua acqua. Il Cairo vuole così riempire il bacino idrico di Gerd il più lentamente possibile, in un periodo allungato su quindici anni, mentre Gideon Asfaw, il ministro dell’Acqua di Addis Abeba, propone dai quattro ai sette anni.

L’Egitto chiede una garanzia di flusso di 41 miliardi di metri cubi all’anno, ma l’Etiopia rifiuta di impegnarsi su tale cifra, ma suggerisce che potrebbe concedere 30 miliardi di metri cubi. La difficoltà è riassunta in questa frase: l’Etiopia vuole l’elettricità, l’Egitto ha paura di rimanere senza acqua.

Ma la diga potrebbe anche influire sui trasporti fluviali sul Nilo, se il livello dell’acqua fosse troppo basso, e così influire sul sostentamento degli agricoltori che dipendono dall’acqua per l’irrigazione. L’Etiopia, nel contempo, sta vivendo una grave carenza di elettricità. Il 65% della sua popolazione non è ancora collegata alla rete e l’energia prodotta sarebbe sufficiente per collegare tutti i suoi cittadini e per vendere l’energia in eccesso ai Paesi vicini, come ad esempio Sudan, Sudan del Sud, Kenya, Gibuti ed Eritrea. Molti di questi Paesi anch’essi hanno enormi deficit di elettricità. Inoltre l’Etiopia vede la diga anche come un principio di sovranità nazionale.

Hamed Saleh, il principale negoziatore per il Sudan nelle discussioni sulla diga sotto la guida dell’amministrazione statunitense, da parte sua ha evidenziato il problema «dell’impatto ambientale e sociale a lungo termine della diga».

L’attenzione internazionale è forte perché, se le difficoltà persistessero, potrebbero rapidamente trasformarsi in conflitto armato. Riempire e far funzionare la diga «metterebbe a repentaglio la sicurezza idrica, la sicurezza alimentare e l’esistenza stessa di oltre 100 milioni di egiziani, che dipendono interamente dal Nilo per il loro sostentamento», ha scritto il ministro degli Esteri egiziano Sameh Choukry in una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il primo maggio scorso.

«L’Etiopia non ha l’obbligo legale di chiedere il consenso dell’Egitto per riempire il proprio invaso», ha risposto il 14 maggio Gedu Andargachew, della controparte etiope.

Questo gigantesco progetto da 4 miliardi di dollari (3,5 miliardi di euro) dovrebbe iniziare a produrre elettricità entro la fine del 2020 per essere pienamente operativo entro il 2022. La sua costruzione è iniziata nel 2011 sull’affluente del Nilo azzurro negli altopiani dell’Etiopia settentrionale, da cui sgorga l’85% delle acque del Nilo. Sta per diventare la più grande centrale idroelettrica in Africa con una produzione di 6.000 megawatt.

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