Grammatiche della creazione

George Steiner è uno di quegli intellettuali che si definiscono “a tutto campo”: matrice letteraria su un’estesa base umanistica, forti interessi filosofici e sociologici, prospettiva storica sempre aperta; qualche avventura narrativa e autobiografica; insegnamento in prestigiose università europee e americane. Ce n’è abbastanza, di ampiezza e di pericolo; perché con questa ampiezza si deve essere acuti e profondi, liberi dalle mode e dai tempi stessi. Qualcosa che nei millenni è riuscito a pochi. Grammatiche della creazione, il nuovo libro di questo cosmopolita della cultura franco-anglofono, ha un assunto, un’idea portante, interessantissima: la pretesa della presunta “scienza” (non quella vera, umile nei suoi limiti) di mettere a tacere le domande metafisiche fondamentali e di liquidare la ricerca della verità “può diventare una convenzione vuota e persino corrosiva una volta che le assunzioni della fede e di una metafisica trascendente siano state scartate. Non ci si può far gioco dell’ipotesi di Dio senza pagare un prezzo”. E questo prezzo lo pagano anche la letteratura e l’arte: alla fine dei libro Steiner si chiede, mostrando la sua potente radice ebraico/biblica: “Può esserci, potrà esserci una filosofia, una letteratura, una musica o un’arte importante di origine atea? (…) Quale sarebbe la controparte atea di un affresco di Michelangelo o del Re Lear?”; in tal modo mantenendo la promessa fatta all’inizio: “Spero di mostrare i nessi fra l’eclissi del messianico e la “regressione a un’espressione vacua” di Dio, da una parte, e l’evoluzione di forme d’arte non figurative ed aleatorie, dall’altra”. Tolte, cioè, come si vorrebbe da molti, la creazione-salvezza biblica e la grande ricerca noetico/estetica greca, quel nesso indissociabile di bene-verità-bellezza che ha intessuto la civiltà ebraico-classico-cristiana, cosa resta veramente? Steiner è, in obbedienza alle sue radici, contemporaneamente combattivo- provocatorio, e amaramente pessimista (ma con il superiore scatto spirituale che rendeva ribelli senza speranza gli ebrei del Ghetto di Varsavia); dice che, “non abbiamo più inizi”, che “i nostri riflessi e schemi di percezione sono orientati (…) verso il pomeriggio e il tramonto “, e però continua a, inseguire per tutto il libro il filo d’oro della cultura e delle sue espressioni, che è appunto la ricerca di senso (vero, buono, bello); da Giobbe, che lo lascia a bocca aperta per la sua capacità di “vedere Dio attraverso l’ascolto”, alle pretese e presunzioni dei “creatori” moderni che portano al “collasso” i valori tramandati; ribadendo sempre, però che “l’intelletto umano persisterà nel porre domande che la scienza ha dichiarato illecite o senza risposta “, e che, dunque, una cultura e un’arte che abbiano senso non potranno recidersi, esse, continuazioni della Creazione, dalla “grammatica” della Creazione stessa. Questi i grandi meriti del libro. Che ha anche demeriti, soprattutto quando, spesso, accumula citazioni e allusioni tutto mettendo in dubbio e noi rovesciando in ulteriori dubbi la ricerca, fino allo smarrimento, e con singole affermazioni molto contestabili. Ma anche questo cadere e gridare de profundis diventa, a suo modo vitale, biblico, creativo.

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