Governo Draghi, emergono i nodi della coalizione

L’esecutivo di larga maggioranza guidato da Mario Draghi è chiamato a definire i criteri di gestione del Piano di ripresa mentre emergono forti dissidi interni sul blocco dei licenziamenti e la disciplina degli appalti. Partita decisiva sulla riforma fiscale
Mario Draghi, Foto LaPresse

Draghi. Come era facilmente prevedibile cominciano ad emergere forti tensioni all’interno dell’esecutivo di unità nazionale. Prendiamo il caso della proposta avanzata dal segretario del Pd Enrico Letta di tassare i patrimoni ereditari superiori a 5 milioni di euro per assicurare ai giovani diciottenni delle classi sociali medio basse una sorte di dote di 10 mila euro utilizzabile per continuare gli studi o intraprendere un’attività.

Si tratta di una misura elaborata da tempo, in tutti i dettagli, dal Forum diseguaglianze e diversità, un accreditato pensatoio sostenuto da diverse fondazioni (Charlemagne, CON il SUD e Unipolis) e coordinato dall’economista Fabrizio Barca, già ministro per coesione territoriale nel governo Monti (2011-2013).  Anche il presidente del Cnel, il famoso giurista Tiziano Treu, ha citato la dote ai giovani come una proposta ragionevole avanzata da qualche decennio dal demografo Massimo Livi Bacci.

Se si nota bene è un sostegno che idealmente si colloca in continuità con l’assegno unico e universale che viene meno, tranne in casi disabilità, al compimento dei 18 anni e quindi nel momento in cui un giovane non pesa certamente di meno nel bilancio di una famiglia che vuole assicurare un certo livello di istruzione ai propri figli. Infatti, come è evidente, le famiglie non sono tutte uguali per reddito e possibilità.

Una certa tassazione delle grandi eredità per redistribuire la ricchezza risponde ad un classico principio economico liberale, ben espresso, in Italia, da Luigi Einaudi, presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. Eppure la proposta di Letta ha ricevuto critiche non solo dalla componente di destra del governo ma anche all’interno del Pd mentre lo stesso Draghi ha detto che non è il momento di togliere ma di dare agli italiani. Anche se si tratta di patrimoni molto elevati. Sono in pochi, infatti, a voler passare per il partito delle tasse ma nell’intervento di Draghi bisogna cogliere soprattutto l’intenzione di disegnare una riforma strutturale del fisco che sarà affidata, come da discorso programmatico dello stesso presidente del consiglio, ad una legge delega che il governo presenterà in Parlamento entro il prossimo mese di luglio. Un vero confronto democratico dovrebbe partire, quindi, dalle numerose audizioni in corso presso le commissioni finanze congiunte di Camera e Senato senza scorciatoie estemporanee destinate a durare il tempo della labile attenzione dei media.

Nell’Italia dove, secondo Bankitalia, 6 famiglie su 10 non arrivano a fine mese e non sa come pagare le cartelle esattoriali in partenza dopo il blocco del Covid, esiste una notevole concentrazione di ricchezza privata e un atavico problema di elusione e evasione fiscale. Un giusto ed equilibrato carico fiscale è funzionale ad assicurare l’accesso universale  ai servizi sociali, alla sanità e alla scuola. In questo senso la proposta di Enrico Letta appartiene, secondo il parere dell’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, ad una visione individualista legata alla concessione del bonus concesso al singolo.

Insomma il vero confronto è quello che si preannuncia sulla grande riforma del fisco in un governo dove è molto forte la componente favorevole a bassi percentuali di tassazione dei redditi anche elevati. È ancora diffusa, infatti, la teoria della “ricaduta favorevole” e cioè la credenza che una maggiore disponibilità di denaro da parte dei benestanti comporta un generale aumento di consumi e investimenti destinati ad avvantaggiare la società intera.

Ma seri motivi di contrasto emergono su tanti altri fronti emergenti. Ad esempio è saltata nel Decreto sostegni la proroga del divieto di licenziamento per le aziende che accedono alla cassa Covid fino al 28 agosto. Un’iniziativa del ministro del Lavoro Andrea Orlando che ha provocato così forti reazioni da parte di Confindustria da essere accusato sul quotidiano Il Sole 24 ore di aver architettato un vero e proprio “inganno” a dispetto delle imprese. Si preannuncia un innalzamento del livello dello scontro con i sindacati che preannunciano forti reazioni anche perché la sottosegretaria al Lavoro, la leghista Tiziana Nisini, è schierata con la posizione dell’organizzazione degli industriali, così come tutto il centro destra. Per il momento si è arrivati ad una soluzione di compromesso. Come riporta lo stesso Sole 24 ore, «dal 1° luglio, le aziende di manifattura e costruzioni usciranno dalla cig Covid-19 e non avranno più divieti automatici di licenziare». Sole per le imprese che torneranno «ad accedere alla cassa integrazione ordinaria o straordinaria, senza pagare i contributi addizionali fino al 31 dicembre» si allungherà «il divieto di licenziamento per tutta la durata in cui fruiranno della cassa integrazione».

Altro elemento di frattura nel governo arriva dal Decreto semplificazioni che interverrà sulla disciplina degli appalti e che suscita preoccupazione per l’allentamento dei controlli nel subappalto che favorirebbe la penetrazione mafiosa, come denuncia Libera, e la corsa al massimo ribasso da parte delle imprese con gravi conseguenze sui salari e sulla sicurezza sul lavoro come fanno notare i sindacati che si dicono pronti allo sciopero generale. Come sottolinea l’economista Leonardo Becchetti «l’asta al massimo ribasso vuol dire lo Stato che fa vincere chi sfrutta il lavoro, ne riduce la sicurezza, danneggia l’ambiente e se può non paga le tasse sul territorio. Produce effetti contrari con varianti in corso d’opera che aumentano tempi e costi. Va in direzione contraria agli appalti verdi Ue che puntano a green e social procurement».

A 100 giorni dell’avvio del governo Draghi, emergono le contraddizioni insite di una vasta coalizione con visioni e impostazioni diverse e opposte. Il futuro dell’esecutivo dipenderà molto quindi dal decreto che definirà la gestione effettiva (la governance) del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

La sfida per il futuro, come ha detto il presidente del consiglio con riferimento al declino demografico, segno di una crisi più profonda, resta quello di assicurare una buona stabile occupazione, una casa e un welfare efficiente.

 

 

 

 

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