Governati dal debito

I retroscena del salvataggio: 20 mila senzatetto, mense spontanee di quartiere e chiese trasformate in alloggi.
La povertà per le strade di Atene

«In Grecia non c’è più futuro». «Moriamo dignitosamente e non schiavi dei tedeschi». «Gli aiuti sono per le banche. Alla gente non spetta nulla». Non sono certo ovazioni quelle che i greci riservano al piano di aiuti varato dall’Unione europea che aggiunge altri 130 miliardi di euro a quanto già inviato al Paese ellenico per scongiurare il fallimento.  
Ma per le strade di Atene il default è, di fatto, in atto: il primo pacchetto di 110 miliardi non ha impedito ai negozi di chiudere, né alle aziende di licenziare. Lo Stato ha tagliato 15 mila impiegati e omologato gli stipendi del settore pubblico e di quello privato: buste paga di discreto livello – 1200 euro – in appena tre mesi sono scese anche sotto i 535, con tredicesime e quattordicesime già azzerate da un anno. Una giornalista del primo canale televisivo greco racconta: «A più di mille colleghi non è stato rinnovato il contratto. Abbiamo perso tre stipendi in un anno e siamo fortunati perché ancora lavoriamo». 
Il Paese è dilaniato. In pochi mesi più di 20 mila persone hanno perso la casa perché non sono in grado di pagarne il mutuo. Le tasse sugli immobili di proprietà sono passate da 45 euro annue per 100 metri quadrati a 570. I clochard che si aggirano per le strade non sono poveri disperati ma laureati che parlano anche tre o quattro lingue e che non riescono a trovare nessun impiego. Le coppie disoccupate affidano i figli alle organizzazioni umanitarie perché «possano garantirgli un pasto e un alloggio sicuro». Per evitare morti da assideramento, durante l’emergenza gelo, alcuni sacerdoti ortodossi hanno aperto le chiese trasformandole in alloggi notturni, mentre lo stadio è diventato un dormitorio pubblico provvisorio. «Al mattino però nuovamente in strada, anche se sei incinta», racconta una giovane che non vuole rivelare ai genitori di aver perso tutto.
 
Per capire cosa comporta il rigore imposto dalla troika (Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e Unione europea), come conseguenza della politica economica sconsiderata negli scorsi decenni tollerata dal governo greco, bisogna andare nei quartieri della capitale. Una delle mense delle suore di madre Teresa, nel centro di Atene, ogni giorno è presa letteralmente d’assalto da più di 300 persone. Via Internet si organizzano comitati spontanei di solidarietà che distribuiscono vestiti usati e organizzano la distribuzione di pasti improvvisati. Lo stesso fanno diversi parroci ortodossi che, sul modello della Caritas cattolica, provano a garantire un’assistenza più organizzata. «Tra tutti sta nascendo una solidarietà mai sperimentata», racconta Ella, un’insegnante che ha visto colleghi e studenti far servizio in questi centri. Daphni ha preso i vestiti dei figli e li ha distribuiti con alcuni amici ai poveri della zona. Lo fa da settimane. «Un anziano ha chiesto delle scarpe. Le sue erano bucate. È nato nel 1926, è sopravvissuto alla guerra mondiale, al regime dei colonnelli, ma non pensava di morire in strada».
Sulle strade c’è mestizia e incredulità, cresce un forte sentimento anti-tedesco, anche se in realtà sono anche le banche francesi a detenere gran parte dei titoli greci. Nessuno digerisce l’amministrazione controllata imposta dalla Ue: l’orgoglio nazionale nonostante la voragine del debito è alto e lo dicono anche le continue manifestazioni a piazza Syntagma. Gli scioperi paralizzano i servizi, gli scontri tra polizia e manifestanti sono diventati il gioco preferito dei bambini: è quello che vedono in tv, ogni giorno. «Siamo disposti a far sacrifici ma per ricominciare sul serio e non per lasciarci governare dai debiti», gridano i greci, consapevoli più dei loro governanti che il fallimento è già cominciato.
 
 
L’economista
La colpa non è del popolo
 
Vittorio Pellagra, docente di Economia politica, valuta la crisi greca.
 
La Grecia è davvero salva?
 
«In realtà il default è sempre più vicino. Si cerca di procrastinarlo per renderlo meno dirompente e doloroso per il Paese, che per decenni rischierà di non aver più soldi per far funzionare le istituzioni. Le quote di rimborso decrescenti offerte ai creditori, sono modalità di controllo verso una direzione quasi inevitabile».
 
Ha senso chiedere così tanti sacrifici? 
 
«Non si possono capire sacrifici imposti dall’esterno, che sospendono la democrazia, ma questa è l’altra faccia dell’Ue: ci sono i vantaggi dell’adesione e c’è la limitazione di sovranità, quando scelte politiche dissennate, evasione e corruzione raggiungono limiti incontrollabili. Se la salvezza avesse costi bassi, altri Paesi proseguirebbero politiche poco virtuose e si rischierebbe il contagio.  La colpa non è interamente del popolo».
 
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