Daniel Innerarity è un filosofo, saggista e giornalista spagnolo di origine basca. È docente di Filosofia politica e sociale. Insegna anche in Italia presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole-Firenze, dove tiene il corso su Intelligenza artificiale e democrazia.

Daniel Innerarity. fotos hechas en el bodegon Alejandro
© Juantxo Egaña
È direttore di Globernance, un ente che si occupa di governance democratica. Collabora stabilmente con il quotidiano spagnolo El Pais. Tra le sue numerose pubblicazioni emerge “Una teoria della democrazia complessa. Governare nel XXI secolo”, Castelvecchi 2022.
È considerato uno dei più autorevoli intellettuali europei, esperto di pensiero della complessità applicato alla politica, tema seguito da questa rubrica di Città Nuova.
Tra i suoi ultimi libri troviamo La società dell’ignoranza. Sapere e potere nell’epoca dell’incertezza, Castelvecchi 2024.
In tempi di costante accelerazione in cui ogni decisione richiede la massima tempestività a livello personale e politico, dobbiamo liberarci da stereotipi, pregiudizi, automatismi mentali che alimentano populismi, demagogia e negazionismo. Dobbiamo imparare a rivalutare il ruolo dell’ignoto.
Ci interessa capire il suo punto di vista originale, complesso. Nel testo
Pandemocrazia come filosofia in un mondo contagiato, Castelvecchi 2023, Daniel Innerarity si è chiesto: come agire ” in un mondo in cui ci sono molte cose che non sappiamo, in cui le decisioni sono rischiose e le informazioni incomplete?”. È quanto avvenuto con la pandemia da coronavirus. Come far fronte alla complessità di un evento improvviso che ha coinvolto il pianeta intero? Va cambiato il paradigma teorico-politico che guida le nostre istituzioni. Secondo il filosofo, occorre incrementare la cooperazione globale e diffondere le conoscenze acquisite. Solo così avremo decisioni informate e motivate, sinceramente democratiche. Tutto ciò può essere garantito da una etica della prudenza e del rispetto verso gli altri.
Professor Innerarity, lei descrive la ” società dell’ignoranza “come l’altra faccia della “società della conoscenza”. Cosa vuol dire? Come si pongono in relazione tra loro sapere e potere in un’epoca di rapidi cambiamenti e di incertezza diffusa?
Ci definiamo una “società della conoscenza” ma questo non significa che sappiamo molto; piuttosto significa che siamo una società sempre più consapevole della sua mancanza di conoscenza e che progredisce imparando a gestire questa sua mancanza nelle sue varie manifestazioni: insicurezza, plausibilità, rischio e incertezza. C’è incertezza riguardo ai rischi e alle conseguenze delle nostre decisioni ma anche incertezza normativa e di legittimità. Non è vero che siamo in grado di generare la conoscenza corrispondente per ogni problema che si presenta. Un aspetto fondamentale dell’ignoranza collettiva è la questione dell'”ignoranza sistemica” (Wilke 2002, 29) quando ci riferiamo ai rischi sociali, a quelli futuri, alla costellazione di attori. La capacità decisionale dei singoli attori viene sopraffatta.
Sapere e ignoranza quindi si intrecciano. Quali sono le conseguenze per i cittadini spesso vittime di disinformazione, populismi, manipolazione della paura e del risentimento in una democrazia che lei definisce “complessa”?
Viviamo in un mondo in cui la complessità e la densità delle interazioni sono in aumento. I governi sono costretti a pensare in termini di governance; le strutture sociali assumono sempre più la forma di reti orizzontali. L’eccesso di informazioni non può essere pienamente elaborato dai nostri strumenti analitici. L’identità personale è sempre più discontinua e composita. Come sottolineo da tempo (Innerarity 2020), tutti questi fenomeni sono manifestazioni di una complessità crescente e la nostra attuale incertezza corrisponde all’incapacità di generare concetti e istituzioni in grado di affrontare tale complessità.
Come possono allora i cittadini vivere serenamente in questo mare di incertezza?
È possibile condurre la propria vita o governare le società in mezzo a tale incertezza con una qualsiasi razionalità? La routine della vita quotidiana e della politica convenzionale si basano sulla identificazione di relazioni di causa ed effetto, sulla configurazione stabile di protocolli e routine. Tuttavia, siamo sempre più consapevoli che dobbiamo prepararci in qualche modo alle sorprese che derivano dalle intricate dinamiche che sono anche parte delle nostre condizioni di vita. La prima cosa che dovremmo riconoscere è che viviamo in un mondo con più misteri che enigmi. Quando smettiamo di pensare e di agire entro i limiti della normalità e delle convenzioni, scopriamo che il mondo è pieno di crisi, cigni neri, dinamiche non lineari e fenomeni emergenti, tutti derivanti da interazioni che non riusciamo a identificare.
Come prendere decisioni politiche di fronte ad un futuro così incerto e complesso?
Un approccio assiomatico alla definizione di razionalità è inutile quando si tratta di prendere decisioni politiche. Molti dei nostri errori non derivano dalla irrazionalità ma dalla mancanza di conoscenza di ciò che accadrà, di ciò che si può sapere.
Complessità significa che il comportamento di un sistema non è determinato dai suoi singoli elementi ma dalle loro interazioni. Possiamo conoscere la natura attuale di questi elementi con notevole accuratezza ma è molto più difficile prevedere l’esito futuro delle loro interazioni. Chiamiamo emergenza ciò che deriva da queste interazioni perché non può essere prevista attraverso la semplice analisi degli elementi che compongono il sistema. Se la società contemporanea ci colpisce con così tante situazioni impreviste o smentisce così frequentemente le nostre previsioni, è perché esiste un inevitabile dimensione di opacità nei sistemi sociali. Ignoriamo molte cose, alcune delle quali altamente rilevanti, perché sono in fase di emersione prima di esplodere. Possiamo essere certi che l’evoluzione degli eventi continuerà a sorprenderci.
Internet ha abbattuto le gerarchie. In che senso dobbiamo imparare a vivere nell’instabilità e nell’incertezza in questo passaggio d’epoca, caratterizzato anche dall’introduzione dell’intelligenza artificiale?
Il primo effetto democratico di Internet è l’appiattimento delle gerarchie. Quando una tecnologia confonde il confine tra conversazioni privata e informazione pubblica,attenua le distanze su cui è stata costruita la verticalità della sfera pubblica in cui abbiamo vissuto: tra giornalisti e lettori, tra creatori e utenti, tra professionisti e dilettanti, tra attori e pubblico. Internet rappresenta una espansione della sfera pubblica, che non può più essere intesa come un dialogo gestito da giornalisti e professionisti della politica. Nessun discorso pubblico è protetto dalle critiche, né esiste una autorità che possa imporre il silenzio. Il privilegio della pubblicazione scompare, emergono i “dilettanti” e il perimetro del dibattito democratico si espande. È vero che questa apertura ha i suoi rischi (come la diffusione di voci, l’auto-esibizione narcisistica o la mancanza della tutela della privacy), ma è anche vero che offre grandi possibilità di trasformazione della politica.
In conclusione, cosa significa ” insegnare ciò che non si sa” in una democrazia complessa? Come deve porsi il sistema educativo di fronte all’ accelerazione dei processi sociali e delle innovazioni nel campo delle tecnologie digitali?
Ci sono state società che possedevano una grande quantità di conoscenza ma ciò che è unico nella nostra è il bisogno di conoscere molto, la conoscenza del futuro, una conoscenza nuova, la creazione di nuova conoscenza. La nostra società è caratterizzata dal fatto che la conoscenza necessaria per il suo funzionamento non si basa più principalmente sull’esperienza ma è generata attraverso processi di apprendimento attivo, un’aspirazione che non si realizza mai pienamente.
Mi permetta una riflessione sulla sua esperienza. Lei è docente nei Paesi Baschi in Spagna ed in Italia presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole- Firenze., Ha visitato importanti università del mondo. Cosa pensa di una maggiore integrazione politica dell’Unione europea in chiave federale? Come realizzare una ” Europa una e molteplice ” come affermano Morin e Ceruti?
La mia limitata esperienza di professore” transnazionale”, avendo viaggiato da un Paese all’altro, mi ha insegnato che qualsiasi cosa emerga in termini di unità del mondo contemporaneo sarà realizzata attraverso il riconoscimento delle differenze, integrando molti attori. Tutto ciò che si discosta da questo approccio non sarà altro che una messa in scena di imposizioni su cui non si potrà costruire nulla di stabile e duraturo.
