Gomorra o del coraggio civile

Ci sono spettacoli necessari. Per aprire le coscienze, farsi specchio della società, denunciare, mantenere viva l’at tenzione. Un teatro che faccia da eco alla verità, che dia carne alle parole. E non permetta l’oblio. Gomorra è uno spettacolo necessario, perché tutto ciò di cui ci parla e che ci sbatte in faccia appartiene al nostro presente e non può non riguardarci, non rimanerci addosso. Diventato un caso editoriale, il libro di Roberto Saviano ha raccontato ‘o sistema della camorra, facendo nomi, documentando le occulte ramificazioni e i meccanismi finanziari attraverso i quali l’organiz za – zione criminale ricicla in maniera lecita i propri guadagni; e sdoganando l’idea che la camorra non riguarda solo un territorio geografico preciso ma l’intero Paese. Gomorra è ora diventato spettacolo teatrale. Grazie al regista Mario Gelardi e all’attore Ivan Castiglione i quali, ancor prima che diventasse un bestseller, ne volevano già fare una riduzione per la scena. Gelardi affida il prologo e l’epilogo all’alter ego di Saviano (impersonato da Castiglione) che fa da collante alle storie dei cinque emblematici personaggi estrapolati dal libro. Davanti ad un microfono pronuncia le dure parole che rivolse in piazza agli abitanti di Casal di Principe, il suo paese dove tornò a settembre, ricordando anche l’omicidio del prete don Peppe Diana, il quale pagò il suo atto d’accusa: Non tacerò, per amore del mio popolo. Anche Roberto ha parlato. E denunciato. Ed ora, minacciato, vive sotto scorta. Sulla scena è ancora il ragazzo innocuo, il giornalista in fieri che annota ciò che vede e sente, che raccoglie notizie e confessioni, gli sfoghi di violenza e i deliri di onnipotenza dei suoi amici e che poco alla volta comprende il sistema, soffre e si indigna. La manovalanza è costituita dal giovane pusher e dal suo boss dalla pistola facile, propugnatore della tesi che il vero uomo è quello che muore ucciso; gli emergenti sono i due laureati in economia, uno specia- lizzato nello smaltimento dei rifiuti tossici provenienti dal nord Italia, l’altro con la passione per il kalashnikov; e c’è il sarto, un fiancheggiatore poi dissociatosi, costretto a insegnare la sua arte ai cinesi. La scena è delimitata dalle impalcature di un cantiere edile e da un praticabile frontale coperto da un telo trasparente dove alcune proiezioni di immagini astratte rafforzano il racconto. Fra queste, del sangue che scorre mentre vengono urlate le cifre degli omicidi in Campania dal ’79 ad oggi: ben 3700! Ai quattro angoli del palco dei piloni di cemento armato che si spezzeranno rivelando all’interno quegli oggetti – Pulcinella, la Madonna di Pompei, san Gennaro e Maradona – simboli dell’immaginario collettivo. Impresa ardua, e perciò ancora più meritevole, trasporre scenicamente un romanzo-reportage denso di materia rovente. Si perdonano perciò piccole imperfezioni – specie nel ritmo di alcuni dialoghi – e certi passaggi che perdono forza.Ma il messaggio arriva, e come pugno allo stomaco, grazie anche alla potente prova degli interpreti Antonio Ianniello, Francesco Di Leva, Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale di Mauro, Ernesto Mahieux. E in quella chiosa finale dello scrittore – Fino al termine della notte io proseguirò questo viaggio. Non datevi pace – emerge anche un filo di speranza, che ci attraversa. Produzione Teatro Mercadante di Napoli. In tournée al Teatro Valle di Roma dal 27/11 all’8/12 e in molte città d’Italia.

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