Globalizzazione e politica

Come la globalizzazione cambia la politica all’interno di uno Stato nazionale? E in che misura incide sulle relazioni internazioni?  L’analisi di Pasquale Ferrara in La politica inframondiale, edito da Città Nuova
la politica inframondiale_Ferrara_Città Nuova 2014

L’erosione della sovranità statuale è una delle tematiche centrali della globalizzazione, ma non sempre le analisi giungono alle mede­sime conclusioni.

La globalizzazione, in effetti, è un fenomeno pluridimensionale, e in una prima approssimazione sociologica essa può essere definita come il moltiplicarsi di connessioni transplanetarie tra le persone. Inoltre la globalizzazione è un fenomeno controverso: riguardo alla sua natura, alla sua origine, ai motivi che stanno alla base del suo sviluppo, ai cambiamenti da essa prodotti rispetto all’autogoverno e alla democrazia, ai soggetti che ne traggono vantaggio, alla sua “giu­stizia”, alle politiche più adatte a governarla.

Dal punto di vista economico, la globalizzazione è definita come «la partecipazione sempre più intensa di soggetti sempre più nume­rosi e diversi alle relazioni di mercato su scala sempre più vasta». Si tratta di una definizione che pone l’accento sulla dimensione di mercato della globalizzazione, e che si completa con il riferimento alla transnazionalizzazione e denazionalizzazione dei flussi finanziari. Questa tendenziale apolidìa del capitale come si rapporta all’articola­zione del potere statuale, per definizione territorialmente circoscrit­to?

Mentre «il sistema economico internazionale viene ad acquista­re un’autonomia della quale, almeno nel XX secolo, non aveva mai usufruito», lo Stato moderno vive una «crisi territoriale», aggredito com’è da «forme di localismo, decentramento e federalismo fiscale, che mirano a delegittimare i poteri centrali a favore di forme di de­mocrazia periferiche che dovrebbero anche meglio corrispondere ai progetti macroregionali».

Esisterebbe, così, una relazione diretta tra planetarizzazione dell’economia e crisi dello Stato. Più radicalmente, quest’ultimo «sa­rebbe ormai svuotato dalla perdita dei suoi stessi fini, l’organizzazio­ne di un potere coercitivo entro dei confini, confini che hanno per­duto ormai quasi tutto il loro valore, confini ancora più agevolmente scavalcati da flussi finanziari propriamente sconfinati e addirittura planetari, confini comunque penetrati da masse di esuli che fuggono i paesi della povertà, della fame, delle malattie, confini che si vedo­no sfuggire ogni contenuto di senso storico e lasciano trasparire una questione assolutamente originale: la rappresentanza politica si può ancora porre in termini statuali?».

Si impone, pertanto, un rovesciamento di prospettiva, rispet­to alla logica degli ultimi cinque secoli, secondo la quale lo Stato è sempre al primo posto e il “resto del mondo” è definito in termini residuali rispetto a esso. «Il nesso – sostiene Bonanate – dovrà quindi venire sovvertito e rovesciato: dal mondo agli Stati (e non viceversa), revocando in dubbio non tanto che la più funzionale forma di or­ganizzazione dei rapporti interindividuali sia quella statuale, ma che essa offra una sistemazione logicamente superiore a ogni altra». In realtà, oggi «mettere in discussione la sovranità non è scandaloso, ma addirittura l’unico modo per agganciare l’odierna istituzione statuale al procedere della civiltà giuridica internazionale».

Quello che è certo è che oggi esiste un rapporto radicalmente diverso tra dimensione interna e ambiente internazionale. Forse mai come nella nostra epoca il mutamento internazionale ha direttamente chiamato in causa le situazioni interne; specularmente, le tensioni lo­cali e civili si ripercuotono nel sistema internazionale, interrogando la comunità delle nazioni. Un tempo si diceva (nella “narrazione” realista e neorealista delle relazioni internazionali) che gli Stati si sono costi­tuiti sull’ordine interno (Stato di diritto), mentre nell’ambito interna­zionale vige una sorta di “legge di natura” esemplificata dal prevalere dai rapporti di competizione rispetto a quelli di cooperazione (ed era questo il senso del presunto ordine bipolare o a diffusione limitata di potenza). Politica nello Stato e politica tra gli Stati erano ambiti rigida­mente separati. Peggio, la politica internazionale in realtà non esisteva con una vita autonoma: veniva cioè ricavata residualmente una volta definita la larghezza, l’ampiezza e la profondità della politica statuale. «Politica nello Stato e politica tra gli Stati sono apparsi così due di­mensioni alternative, per così dire, della vita umana: il bene, il noto, il sicuro, dentro lo Stato; il male, il pericoloso, l’incerto, al di fuori, negli altri»

(…)

In negativo può dirsi che la violenza del sistema internazionale (sia quella in atto che quella potenziale della dissuasione nucleare o equilibrio del terrore) si sia ritratta dall’ambito internazionale e sem­bra essersi “internalizzata”. Ora il male è dentro più che tra gli Stati; sembra venir meno la stessa ragion d’essere della forma organizzativa dello Stato moderno, e cioè la capacità di realizzare la pace tra i cit­tadini.

L’unica plausibile ricostruzione dell’idea di ordine consiste nell’«ammettere che anche quella internazionale sia politica, ricono­scere che ogni politica esprima dei valori, acconsentire che il confron­to tra questi ultimi si sviluppi più grazie al dibattito che allo scontro, comprendere che la migliore tecnica di dibattito finora sperimentata è quella democratica, la cui virtù politica, che prevale persino sulla sua portata procedurale, è rappresentata dalla tolleranza». Conclu­sione, se vogliamo, minimalista e riduttiva rispetto al senso profondo della domanda solidaristica e partecipativa delle unità politiche ai loro diversi livelli di articolazione, ma che cionondimeno rappresenta un superamento dei compartimenti stagni interno/esterno.

 

Da Pasquale Ferrara, La politica inframondiale, le relazioni internazioni nell’era post-globale (Città Nuova, 2014)

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