Gli ospedali religiosi sulla frontiera del bisogno

Tenere vivo il carisma dei Fondatori per costruire un presente e un futuro in cui annunciare la vicinanza di Dio alle persone malate, soprattutto a quelle più svantaggiate ed emarginate dalla logica del profitto. "Ciascuno sia sostenuto nelle sue domande di senso". È l’invito che papa Francesco ha rivolto ai membri dell’Associazione religiosa Istituti socio-sanitari (Aris), impegnata nella gestione delle strutture sanitarie di ispirazione cristiana
(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Nell’attuale crisi della sanità, nella quale alcune persone non hanno la possibilità di accedere alle cure, bisogna «abitare il presente con impegno fattivo e con spirito profetico» – ha sottolineato Francesco –, osando strade nuove, facendo rete, «rifuggendo ogni spirito concorrenziale, unendo competenze e risorse e magari costituendo nuovi soggetti giuridici, attraverso i quali aiutare soprattutto le realtà più piccole». Poi ha invitato a collaborare con la Pontificia Commissione per le Attività del Settore sanitario delle Persone giuridiche pubbliche della Chiesa, istituita nel 2015, anche per evitare che le strutture ospedaliere religiose, a causa della crisi economica, vengano alienate «vanificando così un patrimonio a lungo custodito e impreziosito da tanti sacrifici».

Gli ospedali religiosi, nati dall’ispirazione di «testimoni autorevoli» come san Camillo de Lellis, santa Giuseppina Vannini, san Giuseppe Moscati, santa Agostina Pietrantoni, hanno soprattutto la missione di «prendersi cura di coloro che sono scartati dall’economia sanitaria e da una certa cultura contemporanea». Questa è stata la profezia di tante istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, ha ricordato il papa. «Sia questa anche oggi la vostra testimonianza, sostenuta da una gestione competente e limpida, capace di coniugare ricerca, innovazione, dedizione agli ultimi e visione d’insieme».

Nel settore della sanità, purtroppo, la cultura dello scarto può emergere più che altrove e interessare soprattutto quelle persone che non riescono a curarsi tempestivamente a causa delle lunghe file di attesa o per la scarsità di mezzi – a volte anche il pagamento di un ticket può essere un problema –. In questa «povertà di salute», c’è anche la «tendenza degli ospedali a dimettere i malati in tempi brevi, privilegiando la cura delle fasi più acute della malattia rispetto a quella delle patologie croniche».

Tutto ciò può favorire percorsi poco rispettosi della dignità stessa delle persone, soprattutto se anziane. «Un anziano deve prendere le medicine, e se per risparmiare o per questo o quel motivo non gli danno queste medicine, è un’eutanasia nascosta e progressiva», ha asserito con fermezza papa Francesco.

In tali contesti, è invece fondamentale accompagnare le persone «con una cura integrale, che non trascuri l’assistenza spirituale e religiosa dei malati, delle loro famiglie e degli operatori sanitari. Anche in questo le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana dovrebbero essere esemplari». Bisogna dare un’attenzione completa alla persona. «Nessuno, nessuno deve sentirsi solo nella malattia!» – ha affermato il papa – «Al contrario, ciascuno sia sostenuto nelle sue domande di senso e aiutato a percorrere con speranza cristiana la strada, a volte lunga e faticosa, dell’infermità».

«La nostra vocazione è quella di stare sulla frontiera del bisogno», ha commentato. «Come Chiesa, siamo chiamati a rispondere soprattutto alla domanda di salute dei più poveri, degli esclusi e di quanti, per ragioni di carattere economico o culturale, vedono disattesi i loro bisogni. Questi sono i più importanti per noi, quelli che sono al primo posto della coda: questi».

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