Gli oratori di Pasqua

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Classicità e contemporaneità si sono date la mano durante la Pasqua romana in due avvenimenti musicali di notevole interesse. L’oratorio beethoveniano (1803), diretto con impeto da Francesco La Vecchia a capo dell’Orchestra della Fondazione Roma, è lavoro poco eseguito, venendo considerato un’opera minore. Sicuramente il testo, piuttosto sbrigativo, preso dal racconto evangelico dell’agonia di Cristo confortato da Pietro e da un Serafino, non ha aiutato il compositore; il quale peraltro risulta sensibile agli influssi di Haydn, Rossini (stimatodetestato) e soprattutto del mozartiano Flauto magico, nella parte affidata al soprano Christine Buffle, molto impegnata insieme al bravo tenore Scott Macallister. La musica di Ludwig scorre, e la zampata leonina qua e là fa la sua comparsa, in particolare nei cori (il finale trionfante) e nell’introduzione grave e trepida. Il Cristo di Beethoven non ha nulla di divino: è un uomo che lotta fra timore della morte e la fede, alla quale cede con volontà eroica, come il musicista che in quegli anni combatteva contro l’idea del suicidio. Perciò la sua musica, nelle parti migliori, gronda una sofferenza virile, bene evidenziata dalla direzione di La Vecchia e dal notevole Nuovo coro lirico sinfonico romano. Ai Vangeli dell’infanzia invece si rifà l’americano Andrew T. Miller nel suo lungo oratorio Christ, in cui le voci si alternano alla lettura dei brani sull’infanzia di Cristo e del Battista da parte di star hollywoodiane come James Caviezel (il Gesù di The Passion di Gibson), Michael York e Louis Gosset jr. Il lavoro di Miller – in prima italiana, in mondovisione – è ampio, ricco di echi barocchi, polifonici di matrice europea, e, ovviamente, dello stile dei musical di Broadway, il che gli conferisce un tono eclettico, più precisamente hollywoodiano. Alcune voci sono preparate e gradevoli: il tenore Robert McPherson sarebbe un ottimo cantante rossiniano per prodezze tecniche, che sfoga negli interventi gorgheggianti tipici di certo musical, insieme all’ottimo baritono Douglas Webster, al tenore Christian Sebek, e al soprano, molto lirico-leggero Elin Manahan Thomas. Fra gli attori è Caviezel quello più convinto: la sua lettura del Magnificat o dell’Annunciazione è sentita, molto in parte. Quanto all’orchestra e al vasto American Broadway Chor tengono dietro con qualche incertezza alla direzione emozionata dell’autore, nel Festival di Pasqua, diretto da Enrico Castiglione. Il risultato è un’opera piacevole, composta con suo stile di mezzo fra America ed Europa.

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