Gli occhi neri di Juan

Due occhi neri, che sembrano volerti dire qualcosa. Due occhi neri, che non sai se ti guardano davvero. È in una stanza fatta su misura per lui, dove tante cose ricordano il grande sportivo che è stato, che incontriamo Juan Hernandez e sua moglie Luisa. Eletto miglior portiere giovanile del mondo nel 1987, per diversi anni titolare della nazionale cubana di pallanuoto, Juan prende parte alle più importanti manifestazioni sportive partecipando tra l’altro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, occasione che ha sempre ricordato come una delle più belle della sua carriera. Nel 1994 è a Roma, per i Mondiali di nuoto, e qui conosce Luisa. Da quell’incontro, apparentemente casuale, abbiamo capito subito che tra noi c’era qualcosa di speciale. Ci siamo sentiti chiamati da una forza che ci ha attratto e che, inspiegabilmente, ci ha fatto sentire una cosa sola nel giro di pochissimi giorni. Due mondi completamente diversi, due vite lontanissime tra loro. Di lì a qualche giorno Juan riparte per partecipare ad altre manifestazioni. Il periodo in cui siamo riusciti a frequentarci è stato davvero ridottissimo, ma entrambi abbiamo sentito che ciò che ci spingeva l’uno verso l’altra non era solo un nostro umano desiderio, c’era anche dell’altro. Era come se l’amore che stava nascendo tra noi ci stesse conducendo verso qualcosa di immensamente più grande d’ogni nostra immaginazione. Così, nel giro di pochissimo tempo, Luisa e Juan si sposano. Dopo diverse vicissitudini, abbiamo deciso di stabilirci in Italia. A causa di questa scelta Juan è stato però costretto a lasciare a malincuore il posto in nazionale, anche se non si è perso d’animo. Ha ripreso gli studi per la convalida della laurea in giurisprudenza qui in Italia, ha lavorato in alcune palestre e piscine, e con il tempo è riuscito a ricominciare a giocare. Dapprima all’Augustea, poi alla Lazio, Juan diventa subito un punto di riferimento importante per compagni e tecnici. Non solo per la sua grande esperienza, che mette al servizio della squadra, ma anche e soprattutto per le sue doti umane. Capace di riportare ogni tensione nella giusta misura e pronto sempre a ricucire momenti di rottura, naturali all’interno di un gruppo. Un uomo abituato a lottare fino in fondo, a non dare mai nulla per scontato, che da vero sportivo mette sempre in conto la sconfitta. Amava ripetere: Nello sport, come nella vita, non esistono favoriti. Ogni volta è una partita da giocare. E tutti dobbiamo mettere in preventivo di poter perdere, anche se sulla carta sembriamo essere i più forti. Uno sportivo vero. Un uomo capace di trasferire i valori dello sport anche nella vita, e di portare la vita, vera, quella dei legami profondi, dei rapporti sinceri, anche nello sport. Luisa e Juan costruiscono così una famiglia serena ed aperta alle tante persone che ruotano loro intorno, allietata anche dalla nascita di due splendidi bambini. Poi, nel maggio del 2004, tutto sembra improvvisamente precipitare. Qualche giorno dopo essere rimasto vittima, in sella al suo motorino, di un incidente stradale che gli procura la frattura del malleolo, Juan viene operato. Un’operazione di routine, normalmente risolvibile in day-hospital. L’intervento dura circa due ore al termine delle quali Juan entra, per cause ancora oggi non del tutto chiare, in uno stato di coma vegetativo, condizione in cui si trova tuttora. La situazione che ci si presentava dinanzi era davvero paradossale. Sembrava di vivere un incubo dal quale improvvisamente ci saremmo svegliati, così come tutti credevamo che anche Juan, da un momento all’altro, si sarebbe risvegliato. In realtà quest’incubo continua ancora. Ormai sono passati più di tre anni. Abbiamo contattato molti luminari, e tutti hanno confermato che per la scienza non ci saranno miglioramenti o risvegli inaspettati. Ciò che ci colpisce nel racconto di Luisa è l’assoluta serenità che traspare dai suoi occhi e dalle sue parole, serenità che tuttavia non nasconde un dolore immenso. Sin dall’inizio ho avvertito una forza interiore che mi arrivava dall’alto. La fede mi ha sempre dato la certezza che tutto ciò che accade è volto al bene, e quotidianamente ho avuto la consapevolezza tangibile che ogni avvenimento, anche il più drammatico com’è questo che io e i miei figli stiamo vivendo, è un dono che ci aiuta ad aprire i nostri sensi unicamente in direzione dell’amore. Un Amore che viene da Dio e che supera ogni cosa. Amore ampiamente sperimentato e toccato con mano in questi anni. Ci siamo scoperti parte di un’unica grande famiglia, piena d’amici che ci hanno aiutato nel realizzare concretamente delle strutture adeguate per Juan, che ci sono stati vicini nella preghiera e nel sostegno morale, che hanno organizzato tornei e riconoscimenti in suo nome. Ed è questo che mi porta a ringraziare Dio per avermi dato la possibilità di vivere quest’esperienza con mio marito, anche nel dolore. E di accettare con pace e speranza ciò che nelle nostre vite ha tolto. Quei due occhi neri sono ancora lì, e non sapremo mai dire se e cosa hanno percepito delle cose che ci siamo detti. Di certo sembrano guardare Luisa e trasmetterle la voglia di lottare ancora, di battersi.

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