Gli italiani sono un popolo arretrato?

In Italia più di 2 milioni di adulti sono tuttora analfabeti completi. Quasi quindici sono semianalfabeti, altri 15 sono ai margini di tale condizione, incapaci ad esempio di leggere un qualunque giornale. Quindi due terzi del paese si trova ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come quella in cui viviamo. Tale arretratezza dipende soprattutto dall’assenza di adeguati livelli di istruzione e formazione. Questa è la denuncia lanciata da uno dei nostri massimi esperti culturali, Tullio De Mauro nel suo recente La cultura degli italiani. In questo testo viene percorso mezzo secolo della recente storia italiana attraverso l’esperienza personale dell’illustre linguista. Rispetto alla media europea l’Italia ha un numero più basso di laureati e di diplomati. Viene venduto un quotidiano ogni dieci abitanti e ancora meno confortanti sono i dati relativi alla lettura di libri. Una recente indagine del Centro europeo dell’educazione attesta che più del 35 per cento della popolazione italiana non è in grado di capire e tanto meno scrivere frasi del tipo: Il gatto miagola perché vorrebbe del latte. Certo, in base a questi elementi, risulta più comprensibile il livello della comunicazione che caratterizza certi dibattiti pubblici televisivi e non, spesso giocati solo su slogan. E sono elementi che aiutano a meglio comprendere le cause e quindi, forse, i rimedi dell’attuale difficile momento economico: Non si può essere ricchi e ignoranti per più di una generazione , denunciano da tempo illustri economisti. In queste riflessioni e nella ricerca di eventuali rimedi De Mauro fa esplicito riferimento a Pier Paolo Pasolini e soprattutto a don Milani. Il metodo di analisi e lavoro del sacerdote della scuola di Barbiana, ma pure i contenuti prodotti, sono da lui fatti propri: è la lingua che ci fa eguali e quindi, al contrario, il mantenimento di diseguali livelli di scolarizzazione crea diseguaglianze e ingiustizie. In un mondo in cui spesso la ricchezza è strettamente collegata al possesso o alla gestione delle conoscenze, le lacune culturali fondamentali tuttora presenti nei vari strati della società italiana confermano i pericoli di una deriva inaccettabile in cui solo pochi possiedono gli strumenti necessari a tutti. Le condivisibili critiche alla società consumistica si accompagnano all’affermazione che come quarant’anni fa era necessaria la cultura per uscire dalla miseria, ora risulta necessaria per evitare di ritornarvi. Quando De Mauro parla di limiti nella cultura degli italiani non si rife- risce esclusivamente alla scarsità di conoscenze e competenze letterarie. Anzi, egli spesso polemizza con un’impostazione solo classico-umanistica e legata ai libri: la cultura si apprende anche nell’esperienza pratica, così come fondamentale è l’apporto degli studi scientifici. Questa lacuna, a suo parere, caratterizza da sempre l’impostazione culturale del sistema formativo italiano dai tempi di Croce e Gentile, perdurando in un atteggiamento caratterizzato da un certo snobismo formativo. Quasi che fosse scontata in tutti l’idea di un percorso formativo che vede da una parte una élite destinata ad essere classe dirigente, spesso priva di competenze pratiche; e dall’altra una maggioranza di lavoratori sostanzialmente ignoranti e quindi pericolosamente esposti ai pericoli di un mercato del lavoro che richiede abilità e competenze frequentemente in evoluzione. Ma è la classe dirigente, sia quella economica sia soprattutto quella politica, che viene indicata come responsabile di tale disattenzione. Lo dimostrano nei vari decenni la mancanza di adeguati investimenti nelle strutture scolastiche e nella formazione e retribuzione adeguata della classe docente ai vari livelli. Tra l’altro De Mauro, di militanza e cultura politica chiaramente di sinistra, non fa sconti sotto questo profilo neppure alla propria parte politica. Le denunce di De Mauro colgono nel segno inducendo a riflessioni piuttosto cupe. Certo, ci si sarebbe aspettati un’analisi anche su altre strutture di formazione della cultura italiana: ad esempio non ci sono riferimenti all’incidenza del mondo televisivo sui processi culturali in atto. Alla fine sembra che lo stesso cattedratico cada in un certo errore tipico del mondo accademico di considerare cultura solo quella basata sulla comunicazione verbale, mentre bisogna ricordare il rilievo che assumono altri mezzi e altri codici in quella che sempre più sta diventando società dell’immagine. Varie iniziative, in realtà non presenti su tutto il territorio nazionale, dimostrano che la stessa scuola appare invece più pronta di qualche decennio fa ad interrogarsi su tali processi e sulla loro incidenza sociale. D’altra parte proprio da un esponente di una comunicazione non verbale, il direttore d’orchestra Riccardo Muti, proviene un appello simile a quello di De Mauro: Temo che la cultura umanistica stia diventando sempre più materia per un circolo di eletti, qualcosa per addetti ai lavori. Le grandi risorse sono messe a disposizione del divertimento senza pensiero. E la stessa diagnosi viene compiuta dal filosofo Giovanni Reale: Vedo una situazione disastrosa nella scuola, non perché sono severo, ma trovo in questa fase di riforma i fondamenti dell’errore, vale a dire di quel paradigma tecnologico-scientifico che si è fatto modello. In ogni caso se è vero, come afferma De Mauro che, arrivati all’età adulta, le competenze che rimangono, se non sono esercitate regrediscono in una misura pari a cinque anni di scuola, di sicuro appare di respiro limitato una società che non investe nella cultura e nella formazione. Ne sono conferma continua le università della terza età, nate in questi decenni e frequentate da un numero sempre maggiore di persone. Quasi a voler dire che, usciti dalla fase lavorativa dell’esistenza, ci si mette finalmente ad occuparsi di ciò che assume più valore e che consente all’uomo di trovare ragioni di esistenza un po’ meno basate sull’effimero.

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