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Cultura > Arte e Spettacolo

Gli incantesimi del Barocci

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

A Siena 31 opere del maestro di Urbino. Un grande da cui prenderà lezione la pittura europea per due secoli.

Barocci – Madonna del gatto

Federico Barocci, chi era costui? Domanda d’obbligo, perché, purtroppo, molti non conoscono uno dei grandi di fine Cinque e inizio Seicento, da cui hanno imparato Rubens e van Dyck, Watteau e Rosalba Carriera, vale a dire maestri della pittura europea di Sei e Settecento.

 

Eppure, Federico è straordinario. La grande Deposizione del duomo di Perugia ricorda, è vero, le opere simili di Rosso Fiorentino e Daniele da Volterra, ma ha un respiro vasto, una dilatazione dei sentimenti per cui l’affanno dei dolenti, e della Madre svenuta è sì teatro, ma credibile, vero. Per nulla retorico. Bastano i colori ventosi, quei cangiantismi per cui i rossi trasmigrano nel rosa e poi nel viola e nel celeste per conferire alla pala una dolcezza straordinaria, una affettuosità sincera.

Barocci infatti vede la vita con uno sguardo amoroso. Perciò le sue Deposizioni o Compianti sono lamenti, certo, ma sostenuti da una fede nella vita che si esalta nei volti morbidi, nelle espressioni sentite ma non eccessive, nella pennellata fresca per cui ogni dettaglio diventa vivo.

 

Ci sono certi quadretti di intimità familiare davvero unici. Penso al Riposo durante la fuga in Egitto con Giuseppe che offre le prime ciliegie al bambino o alla Madonna della gatta con i due bambini che scherzano con l’animale. Tutto è lieve, affettuoso. Non c’è spazio per il grido. Eppure, l’uomo Federico era un ipersensibile perfezionista, lentissimo nel dipingere, cosa che esasperava i committenti, portato alla depressione. Ma la sublimava regalando atmosfere di serenità invidiabile, dipingesse scene sacre o profane. Sapeva commuovere, se san Filippo Neri andava in estasi davanti alla sua Visitazione, così semplice che sembra non sia costata al pittore la quantità di disegni preparatori rimasti. Anche nei ritratti, come quello del suo duca protettore, lo dipingeva tranquillo e fresco nell’armatura, dando un’immagine di un potere amabile e naturale.

 

Ovvio che un maestro così dotato e spontaneo abbia fatto scuola e che in tutta la Toscana ed oltre molti abbiano imparato da lui l’arte di sfumare in dolcezze i volti e di trattare santi e madonne in vita o nella “bella morte” come eroi a cui è facile assomigliare, tanto sembrano come noi, per quanto idealizzati.

Ma come mai Federico piaceva così tanto? Credo che la riposta sia semplice. Era un pittore che amava la vita. Per lui l’uomo e la natura vivevano sempre sotto un cielo di primavera. Anche nelle Deposizioni, trapassate dal vento gagliardo, il dolore durava poco. Dopo, sarebbe tornato il sereno. Un ottimista. Non è poco, né allora né oggi.

 

 

Federico Barocci 1535-1612. L’incanto del colore. Siena, Complesso museale santa Maria della Scala, fino al 10/1 (catalogo Silvana Editoriale).

Riproduzione riservata ©

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