Gli esami non finiscono mai…

Non erano inesorabili prove imposte, ma occasioni per dischiudere orizzonti. In volo con un’ex insegnante.
Illustrazione di Valerio Spinelli

La incontro, dopo anni che non la vedevo, nella sala d’imbarco del “Leonardo da Vinci”. Sull’aereo troviamo il modo di sederci vicini. Mi dice cosa significhi aver lasciato il lavoro all’università, mi parla dei figli già adulti, del trasferimento in campagna, della vita a contatto con la natura, della gioia di seminare e vedere crescere l’insalata e i pomodori. Ricordiamo insieme qualche studente scambiandoci le notizie dell’uno o dell’altra. Rispondo alle domande sulla mia attività, se sono felice. Poi lei, con un sorriso che cancella di colpo le visibili rughe e la schiena incurvata, mi ricorda un esame fatto con lei. Un esame indimenticato. Anche per me.
Era un esame di letteratura che comportava la lettura e l’analisi di tanti testi. Lei ci aveva proposto due date a distanza di due settimane. Avevo optato per il secondo turno per avere tempo di finire di leggere.
Comunque ero andato ad assistere agli esami del primo turno per vedere come l’insegnante impostasse le domande e quel giorno l’avevo trovata abbastanza arrabbiata. Non era italiana ma usava con vigore tutte le parole più pesanti contro gli studenti che non si erano presentati.
Incrociando il suo sguardo amareggiato, mi chiesi cosa avrei potuto fare per lei. L’unico pensiero che venne a galla fu di fare l’esame quel giorno stesso. Mi offrii. Lei ne fu contenta, uno in meno al prossimo turno.
Mi siedo, le domande. Non tutto va liscio, anzi. Il voto finale non è granché.
Avrei potuto rifiutarlo perché mi avrebbe abbassato la media, come mi suggerivano i compagni del corso. Dentro di me sentivo che l’esame, così come era andato, mi stava bene.
Uscendo dall’università, provai una certa leggerezza, una delicata gioia. Mi girava nella mente un aforisma di Giovanni della Croce: «Nella sera della tua vita sarai esaminato sull'amore».   
Nel pomeriggio una telefonata dell’insegnante mi lasciò di stucco: «Non sono tranquilla per il voto che le ho dato. Torni domani con il libretto».
L’indomani ci ritrovammo nel suo studio e mi confidò che era stata presa dal rimorso perché, conoscendomi, era certa che avrei superato meglio l’esame se fosse stato il mio giorno e, prima di consegnare il verbale, voleva rivedermi. Modificò il voto.
Ripercorsi incredulo e attonito le stradine tra le aiuole dell’università, le stesse del giorno prima, e constatavo l’evidenza come l’unico esame della vita sia sulla carità.
Adesso, ripensando a quell’episodio assieme alla mia insegnante d’un tempo, ho l’impressione che uno dei poteri del tempo sia di sollevare il sipario sui fatti della vita, mostrandone la validità o l’inconsistenza. Quell’episodio era rimasto per lei come un esame riuscito perché sigillava un rapporto di stima più che una conoscenza di letteratura.

All’epoca di questo incontro vivevo all’estero e insegnavo in un ateneo. Non ero più studente, ero passato dalla parte degli esaminatori, eppure mi ero accorto, come dice Eduardo De Filippo, che «gli esami non finiscono mai». Non come drammatiche, inesorabili prove che la società impone, ma come occasioni continue di dischiudere orizzonti nuovi.   
Racconto alla mia insegnante che mi ero trovato a discutere con i miei colleghi dell’università sul comportamento del nostro capo-cattedra che aveva preso l’abitudine di mandare, a tutti noi docenti, lettere protocollate cariche di minacce, esageratamente legaliste, concernenti il comportamento più che i contenuti dell’insegnamento, i minuti di ritardo nell’arrivo, la troppa familiarità con le classi, la mancanza di rigore. Questo suo modo di agire aveva provocato insofferenza perché sembrava che stesse col fucile puntato per colpirci al minimo errore. Era urgente una soluzione. Data l’età del professore, nonostante i molti meriti accademici, avremmo potuto denunciarlo al rettore.
Invitato a fare questo gesto (anche perché mi ero incontrato altre volte col rettore), mi trovai tra l’incudine e il martello. Da una parte il desiderio di fare qualcosa per i colleghi, dall’altro lato non volevo fare male al professore. «Nella sera della tua vita sarai esaminato sull'amore». Ero con questo pensiero quando venne a trovarmi all’università la mia padrona di casa che, in prossimità del Natale, mi portava un regalo. Era una penna.
Quel regalo, così com’era impacchettato, lo portai sul tavolo del professore che quando arrivò mi fece chiamare immediatamente.
«Cosa significa? Ora ci mettiamo a fare regali?», mi interroga.
«Ma lei ci sottolinea che siamo una famiglia», rispondo.
«Sì, la nostra cattedra deve essere un esempio di collaborazione interdisciplinare», ribatte.
Allora preciso: «Se non fosse per quelle lettere che stanno avvelenando i nostri rapporti…».
Il professore mi ascolta sorpreso: «Quelle lettere hanno lo scopo di segnare un binario di comportamento e mostrare come dirigo la cattedra».
Faccio presente che il risultato è purtroppo negativo per la sfiducia e la scontentezza che ora c’è in tutti noi.
Il professore mi assicura che gli sta a cuore la collaborazione e la stima fra tutti e che non avrebbe mai più scritto una lettera.
Ai colleghi, increduli di come la situazione si fosse ribaltata, non riuscii a spiegare quanto mi fosse costata: una penna che non avevo neppure pagata.
L’assistente di volo annuncia che l’aereo sta iniziando la discesa. La mia ex-insegnante osserva: «Questo volo è stato più breve del solito!».

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