Giuseppe il Giusto

La teoria dei medici scrittori è lunga, dall’evangelista Luca, e volendo anche prima, al soave Cechov e oltre. Ad essi si affianca ora un autore che ne ha di coraggio, se affronta il più rischioso e sdrucciolevole dei temi, ciò che riguarda la sacra Famiglia di Nazareth; sulla quale hanno fatto saccheggio e lucrato schiere di incoscienti registi (salvo eccezioni: Pasolini, Gibson) e improbabili attori e attrici, meritevoli, più che della loro impossibile gratitudine, della misericordia infinita dei soggetti in questione. Ma Giovanni Donna d’Oldenico non esce con le ossa rotte dal confronto, anche se la perfezione del tentativo, oltre che essere per ipotesi esclusa, è un po’ diminuita da un limite di fondo, di cui dirò. Non sfigura e non rischia quella disastrosa apoteosi a rovescio che è il ridicolo involontario, perché costruisce e procede con intelligenza tra storia documentata e intimità non rivelata ma indovinata, muovendo da un’angolazione, e mantenendola fino all’ultimo respiro, che è forse la più ardua e la meno frequentata, quella di Giuseppe. Di ciò gli sono anzitutto grato, perché il più grande santo cristiano è a mio parere anche il più grande teologo, e questo ben risulta al lettore intelligente, che proprio nella parsimonia delle parole e dei gesti del padre terreno di Gesù, misurati e anzi slogati dal paragone infinito con le scelte del Padre divino e con la stessa umana, inconcepibile paternità di obbedienza, sa scorgere l’illimitata ampiezza di santità del falegname ebreo. Chi più teologo di colui che sa custodire il figlio divino? Accanto alla santissima madre lui, il più santo e il più umile degli uomini L’intreccio narrativo è ben strutturato e condotto, reso agile da una lingua ristretta all’essenziale, ideogrammatica (nel senso che a parola corrisponde fatto, a fatto idea), rapidamente cesellante nello spazio della paratassi più che in quello troppo articolato e ideologico, perciò poco incarnato, della ragionatrice sintassi. Tutto vi è duro, elementare, vivido e senza perdono com’è la realtà di quei fatti – tanto la missione divina quanto i predoni del deserto, diversamente ma equivalentemente inesorabili – e il racconto si snoda tanto breve quanto intenso per le 150 pagine edite da Marietti 1820. Il limite a cui accennavo è in un non risolto, a mio parere, innesto della chiarezza teologica maturata nella Chiesa per secoli e millenni, nella nascente, albeggiante consapevolezza e fede dei genitori terreni dell’Incarnato, che troppo sembrano sapere, a differenza di quanto i vangeli medesimi ci fanno intuire del loro procedere, luminoso e intrepido ma nell’oscurità della fede e nel solo graduale dispiegarsi dell’inconcepibile. Con tutto ciò il libro è valido, interessante, stimolante; e raggiunge livelli di sottile, rarefatta bellezza poetica proprio nei culmini storici: l’accettazione reciproca dei Fidanzati alla luce dell’abbagliante crocifiggente rivelazione di Maria al promesso sposo, e la morte stessa di Giuseppe, che Gesù negli ultimi istanti, accarezzandolo, chiama papà, per quella giustizia per la quale Giuseppe è il Giusto (Giusto, è il titolo del romanzo), e tutti i padri adottivi non sono meno padri di quelli naturali. Libro coinvolgente, assolutamente estraneo al panorama desolato degli attuali prodotti cartacei, libro per lettori ben consapevoli che la vita è breve e non conviene darne neppure un attimo alle chiacchiere stampate.

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