Giuseppe Garagnani: architetto, giornalista, focolarino

Ci ha lasciati a 86 anni dopo una vita spesa al servizio dell’ideale dell’unità. È stato per 30 anni a Città Nuova, direttore della rivista dal 2001 al 2007. Il ricordo di alcuni di noi che hanno lavorato con lui.

Se penso a Giuseppe Garagnani, la prima cosa che mi viene in mente è una pizzeria. A metà strada tra l’azienda dove lavoravo anni fa come ingegnere e il focolare dove lui abitava. Ci incontravamo ogni tanto per parlare dei prossimi articoli che avrei potuto scrivere. Lui era il direttore di Città Nuova, ai miei occhi la più bella rivista del mondo perché strumento dell’ideale dell’unità, io un giovane collaboratore esterno, che da anni saltuariamente scriveva dei pezzi, sulla base della sua fiducia e del suo incoraggiamento.

Mi faceva sentire importante, come fossi un giornalista vero. Parlavamo e discutevamo di tutto, mi meravigliavo sempre che si interessasse così tanto di me, valutandomi col suo sguardo penetrante e il suo carattere forte. Mai avrei immaginato che anni dopo, proprio a un tavolo di quella pizzeria, mi avrebbe proposto di lasciare il mio lavoro, che pure mi dava soddisfazioni, per entrare a far parte della redazione di Città Nuova. Gli feci aspettare un po’ la risposta, per valutare bene in famiglia, ma in cuor mio avevo già detto sì. Era un grande regalo per me.

Redazione Città Nuova: Giuseppe Garagnani è il secondo in piedi da sinistra
Redazione Città Nuova: Giuseppe Garagnani è il secondo in piedi da sinistra

«Giuseppe era un gentiluomo, un uomo di cultura, un architetto prima che un giornalista – ricorda Michele Zanzucchi che gli è succeduto come direttore nel 2007 –. Forse per questo costruiva ogni dettaglio della rivista come un’opera architettonica, perfetta in ogni particolare. Ogni articolo (o pubblicità) doveva armonizzarsi con quello precedente e col successivo, in una visione d’insieme. Aveva una cultura storico geografica enorme, alla quale mi abbeveravo. Non cercava tanto l’ultima notizia, quanto il senso delle cose: “bisogna andare alla radice degli avvenimenti”, diceva. Quando presi il suo posto come direttore, mi aiutò nel nuovo compito, ma con discrezione; appena si accorgeva che su qualche argomento la pensavo diversamente da lui, si ritirava subito, e andava a casa dicendo che era stanco. Sapeva sempre aggiungere quel tocco di squisitezza ai rapporti umani proprio solo delle grandi persone». Una briciola della sua personalità e della sua anima si può trovare nello scritto (redatto durante un viaggio di lavoro per reportage a Lisbona, in occasione dell’Expò mondiale 1998, insieme al fotografo Giuseppe Distefano), riportato in calce a questo articolo.

Continua Oreste Paliotti, redattore, che gli è stato accanto per lunghi anni: «Per Giuseppe Città Nuova, da lui definita “un progetto chiamato fraternità”, era stata il grande amore fin dagli inizi della sua avventura nel Movimento. Con i suoi articoli abbracciò vari generi – dal reportage ai fatti di vita vissuta, all’osservatorio politico-sociale – sempre attento a cogliere nei singoli e nella società i fermenti di un mondo nuovo in gestazione. Da direttore, compito nel quale non si risparmiò, curava soprattutto gli editoriali. C’è però un aspetto che mi piace sottolineare e che denota il suo amore per Dio-Bellezza. Da architetto con uno spiccato senso artistico e al tempo stesso pratico, Giuseppe avvertiva il bisogno di spazi armoniosi, degni di ospitare Cristo che vive in ciascun uomo, e dove gli era possibile cercava di realizzarli».

Precisa Aurora Nicosia, attuale direttrice della rivista: «Se dovessi dare una definizione di Giuseppe Garagnani direi che era una persona integra e umile. Dopo Guglielmo Boselli – Guglia -, è stato il mio secondo direttore a Città Nuova. Di intelligenza acuta e carattere schivo, mi colpiva la sua passione per il lavoro e l’abnegazione che non gli faceva lesinare fatiche. Un amante del bello, del lato estetico della vita, aspetto che trovava eco nella cura con cui seguiva l’impaginazione della rivista. In prima fila ma dietro le quinte, mai interessato a dimostrare quanto valeva. E forse neanche lui stesso si rendeva conto di quanto valesse, talmente era abituato a mettersi al servizio. Ricordo quando è stato nominato direttore: abbiamo dovuto organizzargli una cena a sorpresa, perché non avrebbe mai ritenuto necessario festeggiare. Volevamo dimostrargli il nostro affetto e la nostra fiducia: ne rimase contento e colpito. Non se l’aspettava, perché Giuseppe era così: non si aspettava mai niente da nessuno. Neanche un grazie perché per lui esistevano più i doveri che i diritti».

Giuseppe aveva conosciuto la spiritualità dell’unità negli anni ’50 a Bologna. Aveva partecipato alla sua prima Mariapoli nel 1959 a Fiera di Primiero, in Trentino. Entrato in focolare, come architetto era stato uno dei costruttori della cittadella di Loppiano, e del Centro del Movimento a Rocca di Papa.

Nell’aprile 1977 entrò nella equipe di Città Nuova, andando ad abitare con Pasquale Foresi in piazza Risorgimento. Iniziò il suo lavoro come grafico per le copertine dei libri, poi passò alla grafica della rivista. Pian piano si scoprirono le sue qualità culturali e giornalistiche per cui diventò redattore. Infine nel 2001 prese, come direttore, la responsabilità della rivista, che lasciò nel 2007 per problemi alla vista.

Scriveva in quell’occasione: «Da tutti ho imparato. C’è infine un’altra costellazione che fa parte di questa galassia, affollatissima e luminosa come si conviene alle stelle. Si tratta dei lettori. Pure con loro c’è lo stesso rapporto vitale di reciprocità e di fiducia. Assicurano la nostra indipendenza economica e quindi anche di opinione, ma la loro partecipazione va molto al di là di questo, perché interagiscono vitalmente con la redazione, offrendo suggerimenti e critiche sincere; non di rado partecipando a tutti, su queste stesse pagine, i segreti più intimi del loro vissuto quotidiano: ciò che ha costituito sempre una peculiarità della rivista, forse la più apprezzata. Ecco perché è verso tutti quanti costoro, dai primi che mi furono maestri fino all’ultimo lettore che forse raccoglierà domani questo foglio, magari trovato su un sedile di una metropolitana e lo leggerà, che io provo un sentimento forte di riconoscenza».

Così era Giuseppe, che aveva compiuto serenamente 86 anni il 22 novembre scorso. Un architetto, un uomo di cultura, un giornalista, un focolarino, un amico. Un esempio per i redattori di oggi. Grazie Giuseppe, tienici una mano sul capo da lassù. Ciao

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Sant’Antonio da Lisboa

di Giuseppe Garagnani

13 giugno, è la festa di sant’Antonio. Alla messa [nella chiesa di san Domenico a Lisbona ndR] il prete torna sulla vexata questio delle spoglie del Santo che sono conservate a Padova e che la natia Lisboa rivendica. E ancor più si dilunga sul nome usurpato: sant’Antonio da Padova dovrebbe infatti chiamarsi sant’Antonio da Lisboa.

Certo sant’Antonio meritava un ricordo diverso. Ma la predica più eloquente viene dalla chiesa stessa: una possente struttura barocca, prima adornata di chissà quali preziosità lignee placcate di ori, che un incendio ha consumato, penetrando con il furore della sua altissima temperatura fino nel midollo dei pilastri, la cui scorza è esplosa lasciandoli corrosi e fessurati come ruderi antichi.

L’effetto è impressionante. Dall’immane braciere formatosi per il crollo del tetto, che ha finito di ardere ammucchiato sul pavimento della navata, si è salvata solo l’idea architettonica, nuda e bella, anche se annerita dal fumo: vera, così come è stata concepita, senza la finzione degli ornamenti.

Mi coglie una stanchezza infinita. Ho vissuto abbastanza per potere prendere commiato anche dai miei desideri più segreti.

Chissà, mi chiedo, se al momento decisivo del grande rogo che comunque verrà, liberato di ogni orpello e funzione, saprò conservarmi, scorticato ma vero, come questo tempio.

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