Giulio Domenico Ieraci, in arte “Gin Gerani” o “Giulio Ierax”, è un compositore e psicologo bolognese che unisce rigore accademico e sperimentazione teatrale in una visione in cui musica e identità coincidono. Tra ironia surreale ed eccesso creativo, il suo percorso intreccia palco e studio, ricerca e instabilità, trasformando la “follia” artistica in un metodo profondamente consapevole e umano
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Giulio Ieraci o del Metodo irregolare
- Fonte: Città Nuova
Giulio Domenico Ieraci è nato a Bologna nel 1991. Ma ridurlo a una data di nascita e a un elenco di titoli sarebbe un errore metodologico. Compositore, arrangiatore, cantautore, pianista, bassista, insegnante e psicologo. Già questo dice qualcosa: Giulio non sceglie una strada sola, le percorre tutte, finché trovano un punto d’incontro. In ambito artistico si firma “Gin Gerani” o “Giulio Ierax”. In ambito professionale si presenta come “Mupsicologo”: psicologo dell’identità artistica.

Giulio Ieraci durante un suo spettacolo. Fonte: Giulio Ieraci.
Un nome che potrebbe sembrare una trovata ironica, e invece è la sintesi di una visione. Perché per lui la musica non è solo suono, è identità, conflitto, costruzione di sé. Ha studiato seriamente: Liceo classico Minghetti di Bologna, laurea in Scienze del Comportamento, specialistica in Psicologia Cognitiva Applicata, diploma in Composizione e Specializzazione in Musica per Film al Conservatorio G.B. Martini, con Erasmus a Tenerife.
Non è uno che improvvisa la cultura. La frequenta proprio! Eppure, quando sale sul palco, qualcosa si scompone, Giulio si definisce uno “sbraitatore surreal nicchiolare”: uno che scrive canzoni “surrealmente popolari” ma solo nella nicchia e se le canta raucamente. Dietro l’autoironia c’è un mondo coerente: teatro-canzone, sperimentazione contemporanea, parole che si attorcigliano, immagini che spiazzano.
Nel 2015 pubblica Caona-vocacledo, album art-rock surreale che riceve recensioni positive e lo porta al M.E.I. di Faenza. Ha aperto live per Lo Stato Sociale, Nomadi, Skiantos, I Camillas. Ha scritto un’opera lirica, La Peste, sul morbo del ‘300. Ha arrangiato dischi, fondato un’associazione culturale, creato una sala prove, perso uno spazio per sfratto. Ha insegnato nelle scuole, nelle comunità, nel suo studio.

Copertina dell’opera lirica “La Peste”. Fonte: Giulio Ieraci.
C’è in lui una qualità che colpisce: non separa il rigore dall’ironia. Può studiare Berio la mattina e sbraitare una canzone surreale la sera. Si aggiorna, legge, approfondisce — con una disciplina silenziosa — e poi, sul palco, lascia esplodere l’eccesso. Perché Giulio talvolta eccede: eccede nelle parole, nelle invenzioni lessicali, nelle costruzioni musicali che sembrano voler smontare la forma stessa della canzone. Ma non è vanità, è natura, è una mente che non sopporta di stare composta troppo a lungo.
E subito dopo, però, arriva la serietà. Una serietà quasi commovente. Quando parla di identità artistica, di fragilità creativa, di teatro come luogo di verità, l’ironia si ritrae. Resta la sostanza, la profondità, resta uno sguardo che prende l’arte tremendamente sul serio. Giulio non cerca la popolarità. Cerca un centro di gravità tra composizione e teatralità — ma non permanente. La tensione lo nutre, l’instabilità lo tiene vivo. La ricerca lo costringe a rimettersi in discussione, il punto non è arrivare…è restare in movimento, tra psicologia e musica, palco e studio, sfiga e speranza — sì, entrambe.
Giulio Ieraci è irregolare. È eccedente. È colto. È teatrale. E quando ti accoglie, lo fa con un sorriso caldo e aperto a tutto. E capisci che quella follia apparente non è caos. È un metodo. Un metodo profondamente umano, caro il nostro “Mupsicologo”!
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