Giovanni XIII, l’antipapa che salvò la Chiesa

Un rigoroso studio storico rivaluta in parte l’operato di Giovanni XXIII, l’antipapa che per sanare lo scisma d’Occidente convocò il Concilio di Costanza.

Nel Battistero di Firenze, a destra dell’altare maggiore, spicca quello che viene considerato il primo sepolcro monumentale del Rinascimento. Sul sarcofago, sovrastato da un baldacchino marmoreo, si ammira la statua bronzea del defunto, opera di Donatello, che un recente restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure ha restituito al suo originario aspetto dorato. L’iscrizione dedicatoria sulla lapide non mancherà di stupire qualche visitatore: «Giovanni XXIII, un tempo papa, morì a Firenze nell’anno del Signore 1419, 11 giorni prima delle calende di gennaio». Chi era costui il cui nome è lo stesso del pontefice dei nostri tempi, ora santo?

In effetti Giovanni XXIII fu una delle figure più controverse tra gli antipapi. Al secolo Baldassarre Cossa, apparteneva ad una facoltosa famiglia signora di Procida e Ischia, legata alla dinastia angioina. Temperamento di condottiero, non si sa perché si fece prete, perseverando in una condotta immorale e scandalosa. Rapida, grazie agli appoggi influenti dei familiari, la sua carriera ecclesiastica. Una volta comprato il titolo cardinalizio, venne soprannominato “Cardinal Diavolo”. Non per niente Dietrich von Nieheim, suo segretario e poi biografo, ebbe a scrivere che «non vi era stato peccato di pensiero, parola o azione che egli non avesse commesso».

Alleato di Firenze contro Ladislao d’Angiò Durazzo, Cossa s’impegnò per ricomporre lo scisma che, iniziato nel 1378, avrebbe diviso la Chiesa per circa quarant’anni, fino al 1417. Fallito il suo tentativo di mediare tra i due pontefici rivali – Gregorio XII a Roma e Benedetto XIII ad Avignone –, nel 1408 prese l’iniziativa di organizzare a Pisa un concilio (non riconosciuto) dove, deposti entrambi gli antipapi, fu eletto Alessandro V e, l’anno dopo la sua morte (maggio 1410), nel conclave di Bologna, lo stesso Cossa. Primo successo di Giovanni XXIII fu la riconquista di Roma, occupata dalle truppe del re di Napoli Ladislao, grazie all’intervento di Luigi II d’Angiò (aprile 1411). Venuto poi meno l’appoggio del duca angioino, cercò sostegno nel nuovo imperatore Sigismondo di Lussemburgo e convocò a Roma un nuovo concilio. Solo un mese durarono i lavori iniziati nel febbraio 1413, causa il nuovo intervento delle truppe di Ladislao col quale c’era stata effimera pace. Fatto sta che Giovanni XXIII fu costretto a riparare a Bologna. Come nuova sede conciliare, su pressione di Sigismondo, fu allora scelta Costanza, in territorio imperiale.

Voluta dal Cossa, l’assise si aprì il 1º novembre 1414. Come soluzione allo scisma, i tre pretendenti al papato avrebbero dovuto dimettersi spontaneamente: a farlo, tuttavia, fu soltanto Gregorio XII; Benedetto XIII tergiversò a lungo prima di essere dichiarato deposto. Quanto a Giovanni XXIII, benché avesse ripetutamente promesso ai padri conciliari di deporre la tiara, memore della sorte toccata a Celestino V dopo la sua abdicazione fu preso dal panico e abbandonò furtivamente Costanza: fu solo la prima di una serie di fughe, imprigionamenti ed evasioni. Catturato infine, fu processato per una impressionante quantità di colpe, tra cui anche la fuga, finalizzata – si disse – a far fallire il concilio. Era il 1415 quando venne deposto e affidato alla custodia, in Germania, del conte palatino del Reno Ludovico III di Baviera.

Fu il nuovo papa, eletto nel 1417, a trattare per la sua liberazione. Nell’aprile del 1418 Baldassarre Cossa venne consegnato ai commissari pontifici grazie all’intervento dell’amico Giovanni di Bicci de’ Medici, che come riscatto pagò la notevole somma di 30 mila fiorini. Dopo un nuovo e fallito tentativo di fuga dovuto ai ricorrenti attacchi di paura, il deposto papa si rassegnò a recarsi a Firenze (23 giugno 1418) dove, umiliatosi ai piedi di Martino V, lo riconobbe legittimo pontefice. Da parte sua, in segno di conciliazione, questi concesse al Cossa il titolo cardinalizio e lo nominò vescovo del Tuscolo. In tale veste, ospite di Cosimo il Vecchio, il nostro concluse la sua vita esagitata venendo sepolto, come suo desiderio, in quel Battistero al quale aveva donato la preziosa reliquia di un dito di san Giovanni Battista, patrono di Firenze.

Da tempo mancava uno studio storico sul personaggio, l’ultimo essendo apparso in Inghilterra nel 1910. Di qui l’importanza del volume recentemente pubblicato dalla Morcelliana: Giovanni XXIII, l’antipapa che salvò la Chiesa. L’autore Mario Prignano, giornalista non nuovo a incursioni storiche riguardanti figure di pontefici (suo è il volume edito da Marietti Urbano VI, il papa che non doveva essere eletto), discende proprio da questo papa contestato, la cui elezione diede inizio dello scisma d’Occidente. In questa nuova opera condotta con serietà scientifica, ma anche letterariamente pregevole (si legge agevolmente malgrado le oltre 500 pagine), Prignano tenta di far chiarezza a proposito di una storiografia malevola che tuttora descrive Giovanni XXIII come una figura corrotta e depravata, seguendo in ciò i racconti dei suoi più accaniti avversari. Non così la testimonianza del cardinal Fillastre, tanto più spassionata in quanto fu proprio lui, a Costanza, l’artefice della sconfitta del Cossa: «La sua anima riposi in pace. Compì, infatti, un’opera di grande e ammirevole virtù assicurando fortemente l’unità della Chiesa».

Grazie all’enorme mole di documenti consultati, Prignano ci immerge in presa diretta in un’epoca di grandi sofferenze per la cristianità, turbata anche dall’interferenza di principi ed eserciti, ricostruendo «dialoghi, stati d’animo, ambienti, situazioni, avvenimenti i più disparati con una vivacità e un realismo che non ci si aspetterebbe da documenti antichi e polverosi». Riviviamo così ciò che comportò per una città non grande come Costanza ospitare una tale assise, le solenni liturgie, le coreografiche sfilate di potenti, le varie fasi del concilio e gli interventi di Sigismondo per assicurare la sua felice conclusione. Ci sembra di essere presenti al processo di Jan Hus, il riformatore boemo accusato di eresia, che fin poco prima della condanna al rogo s’illuse di far valere le sue ragioni. Soprattutto, partecipiamo alle alterne vicende del contraddittorio protagonista in assoluto, quel Giovanni XXIII che, odiatissimo da molti, si attirò le simpatie di molti altri nell’umiliazione finale.

Torniamo a guardare il suo sontuoso sepolcro, opera di Donatello e Michelozzo compiuta tra il 1425 e il 1430. Giacente su un drappo nero in bronzo e un cuscino con nappe, il defunto è abbigliato con mitria, guanti e mantello cardinalizi ed ha il capo reclinato lateralmente; il volto appare corrucciato, quasi a esprimere il carattere irrequieto di un uomo che si trovò a vivere in uno dei periodi più tristi e turbolenti della Chiesa. Le stesse increspature della veste, tipiche di Donatello, sottolineano come neanche nella morte sembri pacificato.

Davanti a questa tomba, tornano in mente le parole pronunciate al suo riguardo dal cardinale Angelo Roncalli: «Un antipapa… Ma in fondo ebbe il merito di convocare il Concilio di Costanza, che restituì l’unità alla Chiesa». Era il 27 settembre 1958. Un mese dopo sarebbe stato eletto papa col nome di Giovanni XXIII.

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