Giovanna d’Arco secondo Verdi

Il lavoro giovanile di Verdi al Teatro dell’Opera di Roma, direttore Gatti, regista Livermore. Musica e fantasia.
Verdi Giovanna d'Arco

Gran bello spettacolo quello romano dove “il dramma lirico in quattro atti” preso da Schiller è romanticamente musicato da un Verdi trentaduenne (1845) per la Scala con una sinfonia cangiante, arie e cabalette, duetti cori e concertati – stile Donizetti – ma con la sua protervia e, fra alti e bassi, genialità. Giovanna è una santa eroica, per il padre fanatico un po’ folle ed eretica, accusata da lui e perciò destinata al rogo. Per fortuna viene ferita in battaglia, il padre si pente, e muore rapita in estasi. Come si sa, il melodramma romantico favoleggia e ricama sulla realtà storica per dar spazio al sentimento – anche a quello amoroso, improbabile, tra il re depresso e la guerriera salvatrice –, in particolare al conflitto padre-figli onnipresente in Verdi e alla figura della donna-martire-vittima.

Naturalmente, siamo nel 1845, la rivoluzione è nell’aria, perciò gli squilli guerrieri non mancano e Verdi, un po’ perché ci crede e un po’ per far presa sul pubblico, pigia forte sul pedale focoso.

È bella la musica di quest’opera che Daniele Gatti ha diretto molti anni fa e oggi ha voluto riprendere nell’edizione critica e integrale? Certo, ci sono momenti dove Verdi fa il Verdi di quegli anni, ossia arcate melodiche che salgono (ma non si sviluppano), accompagnamenti stringenti, abbondanza di ottoni in orchestra e virtuosismi canori nelle arie e nella cabalette (una per ciascun protagonista). Il meglio forse lo dà nei concertati, come nei finali del secondo atto (“Vieni al tempio e ti consola”) e del terzo: la “forza” e il pathos del cuore, così suoi, uniti al senso dell’insieme, generano momenti musicali e poetici molto belli. Altre gemme sono sparse in quest’opera giovanile dove Giovanna è santificata in vita, sospesa tra virtù eterea ed eroismo.

Di grande valore la direzione accuratissima, equilibrata, giusta nei tempi e nei colori di Gatti, assecondato da una orchestra attenta, partecipe, in forma. Brillante il cast: la voce tenorile di Francesco Meli, stupenda nei pianissimi, tecnicamente perfetta; sempre valido il baritono Roberto Frontali; una sorpresa la voce possente del basso Dmitry Beloselskly; e infine di qualità superiore l’interpretazione, per tecnica, stile e personalità del soprano Nino Machaidze. Perfetto i l coro. Speriamo tutto sia stato registrato.

Quanto alla regia e alla coreografia di Davide Livermore si tratta di uno spettacolo vario, affascinante- dai balletti ai costumi alle scene-, molto intelligente  e rispettoso della musica, dominato da un grande occhio-sfera multicolore e  cangiante, ricco di citazioni artistiche e naturalistiche, di riflessi piscologici, aperto sul vasto sipario con la croce che si allarga e svela la scena sul palcoscenico. Originale.

Speriamo di poter rivedere una edizione moderna e rispettosa come questa.

 

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