Giovanna d’Arco ha trovato ancora una volta il suo regista

Dal servizio del nostro inviato al Festival di Cannes, apparso su  Città Nuova n. 11/1962.
Il regista Robert Bresson

Dopo Dreyer, Ucicky, Fleming e Rossellini, la figura della Pulzella d’Orléans ha trovato in Robert Bresson (nella foto) un artista capace di farla conoscere ed amare dal pubblico. Dal servizio del nostro inviato al Festival di Cannes, apparso su  Città Nuova n. 11/1962.
 
Di santa Giovanna non sono rimaste immagini né oggetti a ricordarla, ma soltanto il testo degli interrogatori al processo. Su questo testo, fedelmente e con estremo rispetto della verità, Bresson ha fatto il suo film.
Fin dall'inizio si sente che il regista ha un'anima estremamente limpida. Non v'è mai un solo compiacimento estetizzante in tutto il film; non un primo piano; non un gesto inutile o un'espressione troppo accentuata. La misura stabilisce subito l'alto livello artistico dell'opera.
Sarebbe bastata una mano meno delicata per dare agli inquisitori un volto abietto o cinico e per mettere la Chiesa cattolica in una luce estremamente spiacevole e inaccettabile.
Qui si sente che Bresson rispetta la Chiesa e lascia intendere come gli errori di un ministro possano anche essere permissioni di Dio. La figura della santa è splendida. Bresson ha scoperto nella protagonista del film un volto d'angelo, purissimo, dolce e, insieme, risoluto: ripieno di quella certezza propria alle anime che sono volontà di Dio viva o che hanno in qualche modo avuto contatto con il loro Creatore. […]
Ma diciamo qualcosa dei protagonisti. Tutti gli interpreti di questo film, si vede chiaramente, non recitano. Infatti non sono attori. Bresson li ha scelti ad uno ad uno per una somiglianza non esteriore, ma morale ai personaggi rappresentati nel film. […]
Oltre alla riuscitissima figura di santa Giovanna, anche gli altri personaggi, il vescovo Cauchon, l'interrogatore, l'in-quisitore e tutti, riescono sempre a farci dimenticare la finzione scenica per immetterci in un clima vibrante e drammatico. Il racconto del film, d'altronde, stringato e aderentissimo all'argomento, non concede soste e conclude efficacemente nel breve spazio di un'ora tutta l'azione del processo. Anche questa brevità (un film normale dura da un'ora e mezzo a tre ore) ci conferma che l'autore non concede nulla neppure alle esigenze commerciali del mercato cinematografico. Col rigore di Bresson il film non poteva che essere così: essenziale, intenso e bellissimo.

Gianfranco Manganella

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