Giovani, musica e mondo adulto: una sfida educativa

Punti di riflessione attorno ad un tema caro a giovani ed educatori, compresi i consacrati e le consacrate che per la loro specifica vocazione e missione sono particolarmente vicini al mondo giovanile.

Spesso genitori, animatori, catechisti e insegnanti  comprendono l’importanza della musica per i giovani, ma sono disorientati per la vastità, la complessità del fenomeno e la velocità di cambiamento delle mode e delle tendenze. Si rendono conto che la musica non è solo ascolto, ma piuttosto è stile di vita1; è riflesso del modo di sentire in quel momento; è codice per la cerchia di amici; è rito da celebrare insieme ad altri “fedeli” della stessa “religione musicale”; è contesto sociale nel quale immergersi e trasformarsi; è un laboratorio sperimentale della ricerca di identità; è uno spazio per esprimere la propria corporeità; è dimensione comunicativa per gli altri e per se stessi; è un flusso liquido di suoni nel quale immergersi e isolarsi dal resto del mondo; è un potente anestetico per stordirsi nei momenti di dolore personale; è un eccitante per celebrare l’euforia della propria giovinezza. È tutto questo e molto altro perché, come tutti i linguaggi, la musica si racconta e ci racconta.

La musica ci racconta
Voler comprendere il problema del rapporto fra musica e giovani presuppone il comprendere che la musica non è qualcosa di specificatamente rivolto ai giovani. La storia dell’uomo potrebbe essere riletta alla luce della storia della musica, dei suoi strumenti, delle sue composizioni. Un aspetto importante è prendere coscienza del fatto che la musica interpreta e canta la vita personale e sociale della nostra esperienza umana. Nella sua forma di canzone e nel misterioso connubio tra musica e parole, essa assume una forza particolare capace di creare un legame affettivo con l’ascoltatore. I primi amori adolescenziali sono spesso stati sigillati da una particolare canzone o brano musicale che, ascoltati in un particolare momento, assumono un particolare significato che va al di là della qualità musicale di quella canzone o di quel brano musicale. La musica, con le sue canzoni, marca la fase giovanile in modo del tutto particolare, è come se in quel periodo operasse un imprinting speciale: un’impronta capace di influenzare globalmente il sentire e l’agire dei giovani. A sua volta diventa però linguaggio di espressione dei giovani e in questa prospettiva possiamo dire che se è vero che la musica parla ai giovani, è anche vero che la musica parla dei giovani. Simon Frith, sociologo e musicologo inglese, sostiene che per un giovane il “parlare di musica” sia un modo per parlare di sé. La musica, al di là delle competenze che un giovane o una persona possano avere è qualcosa che comunica a più livelli. Anche quando un giovane apparentemente si esprime in modo superficiale, in merito ad un brano musicale  o ad un genere, dicendo: “mi piace, o non mi piace”, questo modo di esprimersi, se analizzato attentamente, nasconde una serie di giudizi valoriali, comunicativi, relazionali ed estetici molto complessi. Alla luce di questi processi, la musica diventa un fattore importante per un educatore o un genitore, proprio perché linguaggio e spazio di espressione del sé dei giovani e può, quindi, diventare porta di accesso al dialogo, al confronto, alla condivisione, alla comprensione, a tutto ciò che dovrebbe entrare in gioco in un’attività educativa e formativa.

La musica veicola modelli comportamentali
Sin dagli anni ’30 l’industria dello star system – sistema capace di creare il divismo attorno ad un personaggio – aveva capito che le star, siano esse della musica o del cinema, erano modelli capaci di veicolare abitudini di consumo. In particolare la loro forza sta nel fatto che, pur con le dovute differenze, sono imitabili nel modo di vestire, nel modo di pettinarsi o tagliare i capelli, nel modo di atteggiarsi, ecc. La musica, prodotto e marketing di se stessa, è capace però di veicolare allo stesso tempo molti altri prodotti. Tuttavia, e per fortuna, la musica non è solo un prodotto commerciale: è, come già detto, linguaggio, stile di vita, spazio comunicativo, per cui, se da una parte può essere ridotta a merce, dall’altra per la sua natura trascende il suo stato e diventa simbolo, rito e mito per la comunità giovanile. Questo è vero a tal punto da poter sferrare, nei suoi stili e contenuti, un feroce attacco allo stesso sistema che la produce. Negli anni ’80, con la comparsa di MTV, la musica si è corredata anche di un apparato comunicativo che ha influenzato maggiormente la cultura del visivo, la cultura dell’estetica del corpo. La crescente coscienza del proprio corpo e dell’abito come linguaggi che comunicano ha modificato anche i comportamenti dei fan. Per capire in modo palese ciò che sto dicendo, basterebbe guardare il concerto di Woodstock ’69, ponendo attenzione al comportamento del pubblico durante le performance musicali, e poi guardare Woodstock ’94, sempre ponendo attenzione al modo in cui il pubblico si comporta. Non c’è paragone tra i fan di un concerto degli anni ’60 e quelli degli anni ’90. Questi ultimi hanno una maggiore consapevolezza della propria immagine in rapporto sia all’evento che stanno vivendo sia ai media che lo trasmettono e sanno mettersi davanti ad una videocamera con disarmante disinvoltura che, in alcuni casi, tende all’esibizionismo. Sanno di essere parte integrante dello spettacolo. Gli educatori devono essere coscienti di questi meccanismi. Allo stesso tempo le generazioni di oggi sono così sature di proposte commerciali che le star e gli idoli proposti sono sempre più fragili, di rapida ascesa, ma anche di facile tramonto.

C’è spazio per Dio nella musica dei giovani?
La musica, come tutta l’arte in generale, è capace di raccontare l’uomo nelle sue speranze, paure, preoccupazioni, desideri e in tutto ciò che concerne il senso profondo della vita, della morte, dell’amore. Tutto questo avviene in contesti sociali che cambiano e quindi cambiano anche i linguaggi e le immagini che essi producono. Dio, nel bene e nel male, è anche lui oggetto delle nostre narrazioni. La canzone, per alcuni aspetti, è un luogo privilegiato perché in pochi minuti racconta storie della relazione tra l’uomo e Dio. Nella musica che ascoltano i giovani, Dio non occupa il primo posto, ma in questo caso è interessante vedere come la canzone italiana, attraverso i suoi autori, abbia percepito e descritto i cambiamenti a livello culturale del rapporto tra l’uomo e Dio dagli anni ’60 ad oggi. Non è difficile intravedere come si sia passati dal Dio di Gesù, il Gesù storico presente in varie canzoni degli anni ’60, ad un Dio progressivamente più soggettivo degli anni ’70, al Dio intimo e sincretico degli anni ’80, per giungere al Dio vpersonalizzato e globale degli anni ’90 spesso plasmato in base ai propri sentimenti. Questo è stato l’andamento rilevato anche dai rapporti delle analisi sociologiche sulla religione effettuate in questi anni. Dio oggi non fa più problema come lo faceva negli anni ’60, ma è anche vero che non è più il Dio di Gesù Cristo e non appartiene nemmeno più ad una chiesa o ad una religione: è un “qualcosa o qualcuno” che trascende e a cui ci si rivolge nei modi più impensati. Liberato da rigide formule, Dio è diventato piuttosto “liquido”, per usare una categoria presa a prestito da Bauman, anche Lui frutto postmoderno di una cultura pluralista e complessa.

Musica e ballo
Un altro aspetto della musica e di ciò che le gira attorno e che di solito crea problema a genitori ed educatori: il ballo e la discoteca. Il problema principale è capire il ruolo della danza nella ritualità umana come elemento costitutivo della comunità. Bisogna ricordarci della riscoperta del corpo da parte della cultura occidentale negli anni ’50 sull’onda della nascita del rock’n’roll, per poi cercare di capire il successo delle discoteche durante gli anni ’70, fino ad arrivare ai rave party, veri “santuari” delle tendenze trasgressive in cui musica, ballo, droghe, alcol e luci laser compongono un cocktail micidiale capace di offrire uno sballo totale. E, se nel giudizio complessivo, le discoteche rimangono certamente luoghi di divertimento e di evasione, bisogna chiedersi, come educatori, perché ci sia tanto bisogno di evadere e da che cosa o da chi. Cosa costringe un giovane a mal sopportare la quotidianità e cercare a tutti i costi lo sballo? Forse come dice la canzone di Jovanotti La linea d’ombra, nel cuore di ogni giovane c’è l’attesa di qualcuno che gli offra “un incarico di responsabilità”. Si tende sempre ad avere un giudizio benevolo verso lo spettacolo, ma quando la cultura stessa diventa spettacolo, quando la politica diventa spettacolo, allora lo spettacolo stesso agisce più da guardiano del sonno della coscienza collettiva, anziché da coscienza critica nei confronti del potere.

L’educatore rabdomante
Un educatore che è attento all’altro, al giovane che ha davanti, non lo giudica per come gli appare, ma cerca strade per poterlo incontrare. L’educatore è un rabdomante che sente, percepisce, intuisce e ha la certezza che qualcosa di importante e di grande esiste nel cuore di ogni giovane. Il rabdomante sente in “profondità”, è pronto a scommettere, là dove nessuno vorrebbe scommettere nemmeno un centesimo, che si possa trovare qualcosa di buono in ciò che sembra perduto. Questo lo può fare quell’educatore che coltiva in sé la certezza che in ogni persona, a volte in modo recondito, c’è sempre un anelito vero e sincero alla vita, alla voglia di crescere, alla voglia di cercarne il senso profondo, alla voglia di donarsi e di partecipare alla costruzione di un mondo migliore.
Il rabdomante educatore non è un naïve, sa che deve essere accettato dal suo interlocutore, sa che il viaggio deve essere fatto insieme, sa che può indicare la stella polare e che questa non è lui, sa che durante il cammino ci si stanca, ci si stufa, e tuttavia il rabdomante educatore può fare il cammino perché anche lui, grazie a qualcun altro, l’ha già fatto prima. Non si tratta di essere degli arrivati, si tratta di aver fatto esperienza e durante questa esperienza aver sviluppato degli atteggiamenti. Atteggiamento nei confronti della vita. L’educatore deve aver risposto alle grandi domande della vita prima di poter pretendere di rispondere a quelle che i giovani gli porranno.

È importante capire che non possiamo comunicare ciò che non siamo.
Atteggiamento di presenza e di ascolto. Per quanto le tecnologie della rete oggi permettano contatti a distanza, se si vuole condividere la vita si deve avere il coraggio di “spendere” del tempo stando insieme. Una relazione educativa ha bisogno di tempo condiviso, non siamo applicazioni che si aprono e chiudono con un click del mouse, non siamo dei post da giudicare in base al “mi piace” o “non mi piace”.
Atteggiamento di incarnazione e di comunione di vita. Incarnarsi non vuol dire diventare uguali. Si tratta di riconoscere nell’altro una persona che, anche se differente da me, è una occasione di incontro e di crescita. Più l’educatore ha una ricchezza interiore, culturale, sociale, esistenziale, politica, più sarà in grado di poter offrire una possibilità di confronto.
Per quanto riguarda più specificatamente la musica, una cosa importante da ricordare è che la musica per i giovani è discriminante. Se a una giovane piace Gigi D’Alessio, difficilmente piacerà Caparezza. Sono due mondi opposti, sono due modi di pensare e vivere non solo la musica, ma la vita, il mondo, la politica, la religione. Questo non necessariamente vuol dire che uno sia meglio dell’altro: sono indicatori di esperienze di vita diverse e di immaginari diversi, di compagnie diverse. Capita spesso che un giovane cambiando giro di amici (anche in questo caso per varie ragioni che dovrebbero essere appurate) cambi gusti: nel modo di vestire, nel modo di comportarsi e quindi nel genere di musica che ascolterà.
La musica – come il cinema, il romanzo, la moda e l’arte in senso più generale – ha la capacità di percepire, ordinare, chiarire, intensificare e interpretare gli eventi della vita riproponendoli in modo coinvolgente e avvincente. Tutti possiamo raccontare cosa ci capita ogni giorno, ma c’è sempre qualcuno che riesce a raccontarlo in modo più emblematico, capace di essere la storia di molti e allo stesso tempo la nostra e quindi l’unica per chi l’ascolta.
Un educatore laico o consacrato dovrà essere un attento osservatore di ciò che capita nella vita e nella cultura, non solo per il suo bene, ma come condizione necessaria per poter instaurare un rapporto significativo con i giovani, sviluppando un linguaggio che usa parole che sappiano parlare qui e ora. Il giovane si aspetta dall’adulto soprattutto coerenza e trasparenza; l’educatore maturo non vuole stare con i giovani per sentirsi giovane né tantomeno per fare il giovane, ma per stabilire relazioni vere e sincere. È nell’incontro che si può iniziare a costruire una relazione di comunione: la radice latina del termine communio indica appunto il “mettere in comune” dei beni materiali, ma anche legami o beni spirituali. La comunione per noi cristiani nasce da un atto gratuito, dal voler diventare un dono per l’altro. Come recita la seconda lettera ai Filippesi: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2, 5-7).

1 Cf. F. Pasqualetti, Giovani e musica. Una prospettiva educativa, LAS, Roma 2012.

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