A chi si reca a Roma per l’Anno Santo, avendo a cuore l’unità per la quale Cristo ha pregato prima di immolarsi sulla croce, propongo due testimoni che hanno perseguito questa unità, due vescovi vissuti in epoche diverse: Nicolò Cusano e san Giosafat, ancora poco conosciuti dai cristiani. Tanto più che i loro resti mortali riposano in due basiliche che fanno parte del pellegrinaggio giubilare: Cusano in San Pietro in Vincoli sul colle Oppio, Giosafat in San Pietro al Vaticano.
A darci il benvenuto nella prima sono i Canonici Regolari Lateranensi, religiosi agostiniani fin dal XV secolo presenti in essa, che però esisteva già dal IV, anche se non nelle forme attuali. A volerla fu l’imperatrice Eudossia, che la donò a papa Leone I per custodire le catene con cui l’apostolo Pietro fu prigioniero prima a Gerusalemme e più tardi a Roma. A esplicitarlo è il titolo stesso di San Pietro in Vincoli (in catene), mentre la scritta del rosone sopra l’ingresso, Dirupista vincula mea, significa: “Cristo ha spezzato le catene del male da cui ero avvinto”. A tale liberazione allude anche la celebre statua di Mosè che Michelangelo scolpì per il mausoleo mai completato di papa Giulio II. Normalmente assediata dai turisti, troneggia nel braccio del transetto destro. Da lì, colui che dall’Egitto, terra di schiavitù, guidò attraverso il deserto il popolo ebraico verso la libertà, sembra ripetere ad ognuno che ogni vita è un cammino, un esodo verso Dio.
Dopo l’omaggio al Mosè e al reliquiario sull’altare centrale contenente i due spezzoni di catene del principe degli apostoli (11 anelli provenienti da Gerusalemme e 23 dal Mamertino, il carcere romano), facciamo sosta davanti alla tomba di Cusano, all’inizio della navata sinistra. Sulla lapide un bassorilievo lo rappresenta in atto di venerare san Pietro assiso sul seggio papale, mentre a destra l’angelo descritto negli Atti degli apostoli mostra le catene dalle quali lo ha liberato.
Chi fu Nicola o Nicolò detto Cusano da Kues? Dov’era nato (1401-1464)? Fu un eminente filosofo, teologo e diplomatico tedesco al servizio del papa, vissuto in un mondo sconvolto da conflitti politici e religiosi. Vescovo di Bressanone, si adoperò per riorganizzare un territorio segnato da tensioni tra il potere spirituale e quello temporale. Purtroppo, il suo zelo riformatore lo portò, tra il 1457 e il 1460, allo scontro col duca Sigismondo, che dopo averlo assediato nel castello di Brunico, lo costrinse alla fuga e all’esilio.

Ritratto del cardinale Cusano. Immagine di pubblico dominio proveniente da Wikimedia commons.
Di lui ha parlato recentemente papa Leone: «Fu un grande pensatore e servitore dell’unità. […] Nicola Cusano non poteva vedere l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra oriente e occidente. Non poteva vedere la pace nel mondo e fra le religioni, in un’epoca in cui la cristianità si sentiva minacciata da fuori. […] Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità».
E ancora: «Il Cusano parlava di una “dotta ignoranza”, segno di intelligenza. Protagonista di alcuni suoi scritti è un personaggio curioso: l’idiota. È una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze […]. È così anche nella Chiesa di oggi. Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. […] La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande».
Una delle opere più profetiche di Cusano, scritta all’indomani della caduta di Costantinopoli – evento che sconvolse la cristianità –, è La pace nella fede (1453), in cui egli immagina che, turbati dalle guerre di religione, uomini di diverse fedi vengano convocati in cielo da Dio per comprendere che, pur nella varietà dei riti e delle tradizioni, esiste una sola verità divina. L’opera riflette il suo ideale di armonia tra ragione e religione, e anticipa di alcuni secoli gli attuali cruciali temi sul dialogo interreligioso e la pace universale.
La visita al secondo testimone di unità, il vescovo ucraino san Giosafat Kuncewycz, ci porta nella basilica Vaticana. Varcata la Porta Santa, dirigiamoci verso il baldacchino del Bernini, ancora più magnifico dopo i recenti restauri. Fra tanta profusione di opere d’arte, sfugge ai più – addossata al colossale pilastro di destra, uno dei quattro che reggono la cupola michelangiolesca – l’urna con il corpo incorrotto di questo martire della comunione cristiana.
Simbolo di una Russia ferita dalle lotte tra ortodossi e uniati, nacque nel 1580 a Wolodymyr-Volynski (Ucraina) da una famiglia della piccola nobiltà e venne battezzato Ivan. A vent’anni entrò a far parte dei monaci basiliani col nome di Giosafat. Lo studio dei Padri della Chiesa lo convinse che l’unità tra i cristiani poteva essere ritrovata solo ripartendo dalle loro radici comuni. Ordinato sacerdote nel 1609, si distinse per la predicazione e la cura pastorale, fino a essere nominato archimandrita di Vilna – oggi Vilnius, attuale Lituania – e, nel 1617, vescovo di Polotzk. Questa diocesi si trovava in Rutenia, regione di fede greco-ortodossa, che dalla Russia era passata in parte alla Polonia, rimasta fedele alla Chiesa cattolica romana.
Giosafat intraprese una riforma dei costumi monastici bizantini di questa regione. Tentò anche una unione della Chiesa greca con quella latina, mantenendo i riti in lingua slava antica e i sacerdoti ortodossi, ma ristabilendo la comunione con Roma. Forte dell’approvazione del re polacco Sigismondo III e di papa Clemente VIII, fu strenuo difensore di questa Chiesa detta “uniate”. La sua fermezza dottrinale, la vita esemplare e lo zelo per l’unità gli procurarono ammiratori e nemici, soprattutto tra coloro che si opponevano all’unione con Roma: ortodossi, ma anche cattolici contrari agli uniati. Durante una visita pastorale a Vitebsk, il 12 novembre 1623, Giosafat fu aggredito e ucciso da un gruppo di oppositori ortodossi. Morì a soli 43 anni, perdonando, quale seme di riconciliazione: molti dei suoi assassini, infatti, si convertirono.
Papa Pio IX lo canonizzò nel 1867 e lo proclamò patrono della Chiesa unita tra cattolici e ortodossi. Fu Paolo VI a farne trasferire le spoglie in San Pietro nel 1963, sotto l’altare di san Basilio Magno – il sito più vicino alla tomba di san Pietro –, volendo così evidenziare la sua fedeltà al papa e il suo particolare contributo all’unità della Chiesa. È venerato quale patrono dell’Ucraina e degli ecumenisti.