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In profondità > Messaggio del Papa

Giornata del malato, avvicinarsi agli altri con compassione

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

Nel Messaggio per la XXXIV Giornata mondiale del malato, papa Leone invita alla compassione fraterna: «Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo»

Incontro di papa Leone con i giovani della diocesi di Roma, Città del Vaticano, 10 gennaio 2026. ANSA/VATICAN MEDIA

Avvicinarsi all’altro con uno sguardo aperto e attento, dare vicinanza e presenza «essere uno nell’Uno», uniti «nell’amore ricevuto e condiviso». Questi gli atteggiamenti che papa Leone XIV, nel Messaggio per la XXXIV Giornata mondiale del malato, ha voluto indicare tracciando il profilo del buon samaritano di oggi. «Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini», scrive nel testo del documento presentato presso la Sala stampa vaticana. «La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro» è il tema al centro della riflessione di quest’anno.

«Nel nostro mondo iperconnesso non si è mai parlato tanto di isolamento, solitudine, mancanza di speranza. E quindi, dell’importanza dell’incontro: tutti hanno bisogno di “un orecchio che ascolti”, ma i malati lo rendono così evidente, così concreto, così immediato», spiega il cardinale Czerny S.J., prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e delegato ufficiale del papa per la Giornata mondiale del malato a Chiclayo, in Perù. «L’incontro vero è coraggioso, inclusivo. Così, rispondere ai malati mette alla prova la qualità e la verità delle nostre relazioni».

Dopo le sue parole, tre testimonianze danno concretezza all’invito del papa ad assumere come stile di vita cristiana «la dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale», che ha la sua radice nell’amore di Dio.

P. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes parla dei pellegrinaggi a Lourdes, dove l’esperienza di prossimità «assume una dimensione sociale, ecclesiale e universale». «A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee», racconta. «Se ci sentiamo impotenti di fronte alla sofferenza o alla disabilità, grazie a un fratello o una sorella maggiore, impariamo a essere samaritani. Quanti giovani a Lourdes hanno imparato e amato aiutare i malati! Il Santuario è una magnifica scuola di umanità e di cristianesimo. Ci rendiamo conto che possiamo essere tutti samaritani. Samaritani gioiosi e contagiosi, i cui cuori non cessano mai di aprirsi, sempre di più».

Un sentire condiviso da quanti si avvicinano alle persone malate e ferite dalla vita, come Giulia Civitelli, medico responsabile del poliambulatorio Caritas – Roma e missionaria secolare scalabriniana. «Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza». Nel suo intervento sottolinea la dimensione sociale della compassione di cui fa esperienza quotidianamente. «La salute della nostra società si vede in particolare da come si prende cura dei malati più ai margini, di quelle persone dove la malattia si incontra con una storia di marginalità sociale e povertà. E ancora, potremmo dire che a volte è la nostra società stessa ad essere, purtroppo, causa di malattie e di morti, quando dilagano le disuguaglianze e si diffondono le ingiustizie».

Il richiamo alla fraternità, all’importanza di un impegno condiviso, alla corresponsabilità è presente anche nelle parole di Marina Melone, di Casa Gelsomino, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù. «L’esperienza di vicinanza a chi è nella sofferenza in questi anni mi ha restituito un grande insegnamento – testimonia –. Ogni volta pur cambiando le famiglie e componendosi di svariate lingue, nazionalità e personalità, sempre riesce a primeggiare un linguaggio unico tra loro. Il dolore, i timori, le attese, le preoccupazioni sforzano ognuno a rendersi conto della situazione dell’altro e al di là dei limiti linguistici e/o caratteriali tutti partecipano alle sensazioni dell’altro e comprendendosi, si aiutano. Quindi è vero che se veramente mi stai a cuore, mi interessi, io riesco con il linguaggio del cuore a comprenderti e, nella comprensione, a farmi autenticamente tuo prossimo».

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