Giorgio Morandi, l’essenza delle cose

A Milano, a Palazzo Reale una retrospettiva illumina la vasta produzione del pittore bolognese. Fino al 4 febbraio
Giorgio Morandi. Foto Elettra Occhini

Le ultime opere sono le più belle. I soggetti, lo sappiamo, sono i soliti: bottiglie, cose, fiori, paesaggi. Morandi aveva conosciuto varie fasi nella vita artistica, meditando su tutto: da Cézanne a Klimt, da Picasso a Piero della Francesca, dal Futurismo alla Metafisica. Poi, ad un certo punto, quest’uomo schivo, un monaco dell’arte, aveva deciso: essere sé stesso.

Una di quelle decisioni che gli uomini devono prendere per non rimanere prigionieri delle mode o di quanto gli altri si aspettano. Lui era un poeta. Noi lo sentiamo così, ed un poeta può dire la stessa cosa per anni, modulandola tutta nelle parole. Come Morandi modula colori, luci, ambientazioni  con sensibilità sempre più lieve e profonda.

Nella rassegna milanese tutto ciò si nota. Ossia, si percorre il suo cammino verso l’essenza delle cose, verso la parte più segreta dell’anima. Come e più che in Cézanne. Il Paesaggio del 1925 (Milano, Brera) è rosa e verde chiaro, soffusi, di seta, a pennellate sciolte: una luce cara, soavissima. La Strada bianca del 1941(Milano, Collezione Catanese) è già aperta alla luce chiara, le case in fila insieme agli alberi, il cielo terso: contemplazione, idillio, anima serena.

La Natura morta del 1946 (Londra, Tate Gallery) abbraccia un silenzio metafisico: la luce scende sugli oggetti, splende, come fossero icone senza tempo. Meraviglia la bellezza senza ombre di oggetti parlanti, quasi di frasi amorose. E di amore parlano i suoi Vasi di fiori come quello del 1950 (Firenze, Fondazione Longhi): c’è della magia, della poesia in quei colori bianchi, rosa, ocra, poche cose ma l’essenziale è detto. Le cose parlano, tutto parla, per chi lo sa cogliere.

E andiamo ad una tela come il Paesaggio del 1961 (Bologna, Museo Morandi). L’artista ormai maturo viaggia verso uno stile vaporoso, così che la grande casa  fugge tra gli alberi dati a macchie candide, un fantasma dell’anima di un poeta che si sta avvicinando sempre più a dire il senso profondo delle cose, andando oltre le cose stesse.

E nella Natura morta del 1964 a Bologna – l’anno della morte – i tocchi sono pastosi in oro e bianco: luce su luce. Forse Giorgio Morandi ha trovato il senso ultimo delle cose, della vita? Sembrerebbe. Imperdibile.

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