Giordania-Israele: un accordo per acqua ed energia?

Un fatto che fa pensare e in certo modo una sfida: dopo gli accordi israelo-giordani del 2016 sulla fornitura di gas, si apre la possibilità di uno scambio di acqua desalinizzata ed energia solare fra i due Paesi mediorientali così vicini e così distanti.

L’accordo di massima è stato siglato il 22 novembre 2021 a Dubai (Emirati Arabi Uniti) fra i rappresentanti del regno di Giordania e dello stato ebraico. In realtà si trattava di un memorandum, una sorta di comune dichiarazione di intenti, non ancora di un accordo vero e proprio, con l’esplicitazione che lo studio di fattibilità e i termini precisi sarebbero stati definiti entro il 2022, e la realizzazione entro il 2026. Ma l’intento è comunque estremamente interessante da un punto di vista ambientale e rappresenta una considerevole novità sotto il profilo politico.

Di cosa stiamo parlando? Della costruzione che lo Stato israeliano si impegnerebbe a finanziare nel deserto giordano (dove il sole e gli spazi non mancano) di un parco solare (realizzato da una società emiratina specializzata) per la produzione di almeno 600 megawatt di energia da trasferire in Israele. Lo Stato ebraico si impegnerebbe inoltre a costruire nel proprio territorio nuovi impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare ed a vendere alla Giordania 200 milioni di metricubi di acqua desalinizzata a prezzo pieno, ma a costi di produzione molto economici, grazie alle nuove tecnologie israeliane che consentono di produrre acqua desalinizzata al costo di mezzo dollaro al metrocubo.

Mentre per Israele il vantaggio sarebbe di incrementare la disponibilità di energia della propria rete (e la domanda non manca), e per di più con energia pulita, il principale vantaggio giordano diventerebbe quello di ottenere acqua in quantità notevole ed a prezzi accettabili e senza investimenti (sostenuti dagli israeliani). Una politica win-win direbbero i cinesi (in cui vincono tutti, ndr).

Aumentare la disponibilità d’acqua non è per la Giordania un lusso, ma una stringente necessità. In pratica un cittadino giordano ha attualmente a disposizione poco più di 100 metricubi d’acqua l’anno, mentre la quantità standard stimata come essenziale è di 1000 metricubi l’anno a persona. La Giordania è infatti considerata tra i Paesi più insicuri al mondo in termini di risorse idriche. Non solo: a causa della crescita demografica e dei cambiamenti climatici si calcola che il fabbisogno idrico giordano supererà del 26% le risorse disponibili entro il 2025, fra meno di 3 anni. Anche perché in Medio Oriente i tassi di natalità non sono quelli a cui ci stiamo abituando in Italia (meno di 7 nascite ogni mille abitanti): in Giordania le nascite ogni mille abitanti sono 20,7, in Palestina 27,2 e in Israele 19.

Se andasse in porto l’accordo con Israele questo gap di disponibilità d’acqua si ridimensionerebbe non poco. E lavorando parallelamente sul recupero delle acque reflue (che attualmente vanno perdute), sulla diminuzione delle perdite di percorso delle reti idriche e su un’aumento dell’efficenza agricola si potrebbe arrivare almeno ad un pareggio fra fabbisogno e disponibilità, sia nel breve che nel medio termine.

Ma. Nel Medio Oriente arabo quando entra nel discorso Israele il “ma” è d’obbligo. Infatti si sono intensificate in Giordania le proteste contro questi che molti considerano “inaccettabili” accordi con il “nemico”. Il Fronte di azione islamica (il principale gruppo islamista di opposizione in Giordania) accusa il governo di trattative con l’occupante israeliano per un accordo che considera “un palese attacco alla sovranità giordana”. Non va evidentemente sottovalutata questa posizione in un Paese come la Giordania dove circa il 70% della popolazione è di origine palestinese. E come decenni di governi israeliani abbiano fino ad ora considerato e trattato i palestinesi non è un fatto sconosciuto. Non è certo con la politica dell’acqua che si possono modificare sentimenti inscalfibili che durano da molti decenni, ma potrebbe esserci qui qualcosa di nuovo, perché siamo di fronte a problemi molto concreti e immediati, tutt’altro che liquidabili con affermazioni di principio.

I manifestanti giordani che da novembre protestano senza sosta ad Amman gridano con appassionata indignazione: “Non vogliamo gas o acqua. Vogliamo dignità e libertà”. Ed anche: “La normalizzazione è un tradimento”. Il riferimento è alla normalizzazione avviata con gliAccordi di Abramoche i governi di alcuni Paesi arabi hanno sottoscritto con Israele.

A mio avviso c’è qualcosa di profondamente vero in queste proteste. Non meno vero, però, della necessità e dell’urgenza di un dialogo. Nonostante tutto.

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