Giobbe della strada

Fino a qualche tempo fa mi ritenevo un uomo “fortunato”: avevo una famiglia, un lavoro, amicizie, godevo di un certo benessere e via dicendo. La prima pugnalata alle spalle m’è venuta dal socio di cui mi fidavo ciecamente, fra l’altro mio cognato: entrato in un losco giro di droga, aveva mandato a rotoli il nostro bar discoteca, ed io, per evitare uno scandalo e coprire i suoi debiti, ho dovuto rinunciare a questa attività. Come non bastasse, quel periodo difficile ha scavato un abisso tra me e mia moglie; la quale, invece di sostenermi, quasi fossi io la causa di tutto, mi ha piantato, ha chiesto la separazione e tanto ha brigato che è riuscita ad ottenere l’appartamento. Quasi contemporaneamente, la nostra unica figlia se ne è andata vivere col suo ragazzo. Per difendere quelli che ritenevo i miei diritti, ho intentato più di una causa, deciso a portare le cose fino alle estreme conseguenze: col risultato di esaurire anche le ultime finanze. Carico di debiti, furibondo per quanto m’era piovuto addosso, mi sono alienato un po’ tutti. Era realtà quella o stavo vivendo un incubo? Mi sembrava impossibile che disavventure così incalzanti potessero capitare alla stessa persona. Così ho cominciato a fare la vittima, ad assumere atteggiamenti rinunciatari, io che ero sempre stato dinamico ed efficiente. Intanto parenti e amici mi sfuggivano, infastiditi dalle mie richieste d’aiuto finanziario. Non avevo più soldi, da mesi non pagavo l’affitto dell’appartamentino in cui m’ero ridotto a vivere, e da un momento all’altro mi aspettavo di essere buttato fuori. A questo punto una decisione disperata: raccolsi in uno zainetto poche cose e scesi le scale del condominio senza nemmeno nemmeno chiudere la porta di casa. Per andare… dove? Non lo sapevo. “Vado a lavorare”, mi fa Mirek nel suo italiano dalla cadenza slava. E si allontana dal posto dove abbiamo passato la notte. Un lavoro… E quale? La risposta qualche ora dopo, quando lo ritrovo davanti ad una chiesa, a chiedere l’elemosina. Ecco: nel gergo della strada, “lavorare” vuol dire appunto fare la questua. In fondo è un modo per dare una parvenza di dignità a questa attività di sopravvivenza che, come ogni lavoro, richiede anch’essa impegno e costanza: non è certo facile mendicare! Oltre a superare la vergogna, bisogna stare ore ed ore in attesa, spesso al freddo o al sole in posizioni scomode… Così anch’io, se volevo sopravvivere, ho dovuto seguire l’esempio di Mirek e – dopo l’iniziale disagio – adattarmi a questa necessità. È terribile il freddo in certe notti. Ti riaggomitoli fra i tuoi stracci in quella coperta che non riesce a comunicarti calore. Fossi almeno una cosa inerte, saresti insensibile. Invece no, sei sempre un essere umano, che risente dolorosamente del freddo e dell’umido che aggrediscono ogni tua cellula. E allora? Allora chiedi aiuto alla bottiglia, finché ce n’è. Per narcotizzare sensazioni dolorose, pensieri tetri. Per piombare al più presto nella più profonda, misericordiosa incoscienza. Per non perdere del tutto la mia dignità di uomo, ci tengo a mantenermi il più possibile in ordine, pulito, anche se questo costituisce un’impresa per uno nelle mie condizioni. La mattina presto, tremante per il freddo, mi lavo ad una fonta- nella; ho anche imparato a radermi senza specchio, economizzando quei rasoi usa e getta da pochi soldi. Pure i vestiti li lavo alla stessa fontanella; poi li stendo ad asciugare su qualche siepe di un giardino pubblico, sperando poi di ritrovarli. Non avendo più casa, sono costretto a nascondere qua e là quello che non riesco a contenere nel mio zaino, divenuto ormai pesante (ho notato che mi sto indebolendo a vista d’occhio). Allo scopo sto utilizzando certi angolini della città mai notati prima. È tutta un’altra geografia, quella che vado scoprendo ora per necessità. Approfittando della giornata di sole gironzolo per i giardini di Colle Oppio. Ad un tratto, nell’aria un profumo invitante di… ma sì, sembrano peperoni! Seguo quel profumo, e sotto una macchia di palme scopro cinque- sei immigrati, chi accoccolato e chi steso sull’erba, che stanno cuocendo su un fornelletto ad alcol una grande teglia di patate, carne e peperoni, con abbondanti spezie. Quando si sono accorti di me, mi hanno invitato a mangiare con loro. Erano marocchini, algerini, nordafricani comunque: gente con cui un tempo, con tutti i miei pregiudizi, mi sarei guardato bene dall’avere a che fare. Ora fraternizzavo con loro, condividendo – nonostante il divieto del Corano! – un po’ di vino che avevo con me. Sebastiano è morto poco lontano dal suo giaciglio di cartoni. Dicono che, probabilmente ubriaco, è caduto battendo la testa. Mi auguro che sia stato veramente così, per una disgrazia; purtroppo non è raro il caso di balordi che per pura malvagità pestano o danno fuoco ad un barbone, provocandone la morte. Povero Sebastiano, chi avrebbe potuto voler male a una persona gentile e generosa come lui? Condivideva i suoi guadagni con chi stava peggio; aiutava vecchiette a salire le scale di quella chiesa dove lui stesso sostava spesso in preghiera; e quando qualche bambino gli offriva una moneta, non riusciva a trattenere le lacrime: certo gli veniva in mente – l’ho saputo solo dopo – una sua figlia che non vedeva più da anni. Ed ora se n’è andato… Chi lo rimpiange? Toccherà anche a me forse una fine come la sua? Sì, la strada è violenza. L’altra notte mi sono svegliato sentendomi sfilare da sotto la testa lo zaino. Ho aperto gli occhi e mi sono sentito alitare in faccia un fiato che puzzava di alcol. Era Andrzej, che da qualche tempo dorme qui vicino. “Che fai?”, gli ho urlato. Sgusciando fuori dal sacco a pelo, ho cercato di respingerlo, ma lui m’ha minacciato col coltello. Per schivarlo, son caduto malamente sul bordo del marciapiede, facendomi un taglio al labbro. Raccolte in fretta le mie cose, ho cercato una fontanella dove lavare la ferita. E poi un altro posto dove essere lasciato in pace. Stamane rivedo il polacco, occhi azzurri su un volto d’adolescente (ma è un robusto ragazzone sui 30 anni). “Ehi, guarda cosa m’hai combinato stanotte”. Al mio racconto, è cascato dalle nuvole: non ricordava assolutamente nulla. Per farsi perdonare, ha voluto abbracciarmi con la delicatezza di un orso. Andrzej, la mitezza in persona quando è sobrio, mentre quando ha bevuto… Poveraccio, sembrava più desolato di me. Strano tipo, Saverio, un calabrese sui settant’anni. Le prime volte m’era parso scostante, quasi superbo. Un saluto strappato a stento, e via. Poi, mentre dividevo con lui una scatoletta di tonno, di sua iniziativa ha volu- to aprirmi qualche spiraglio sul dramma della sua vita. Una giovinezza bruciata tra l’alcol, il gioco e le donne, con la pausa di diversi anni in carcere. Una volta fuori, un matrimonio “forzato” per aver messa incinta una minorenne; poi il trasferimento al nord in cerca di fortuna, la morte della moglie, un nuovo matrimonio, altri figli; poi ancora liti e incomprensioni dovute, credo, al persistente vizio dell’alcol, la separazione dalla sua nuova compagna e infine… la strada: non ho capito perché proprio qui nella capitale. Niente di nuovo, che non si sia già ripetuto in milioni, anzi miliardi di storie. Eppure in quella di Saverio c’è un tratto particolare, unicamente suo. Volendo, con la pensione che ha e che puntualmente va a ritirare facendosi un viaggetto al sud, potrebbe vivere dignitosamente sotto un tetto. E invece no: ha voluto farsi barbone per “espiare”, dice, le sue colpe. Mi ha impressionato questo implacabile rigore nei propri confronti, questo costruirsi da sé il purgatorio in terra. Ieri ho vagato tutto il giorno, prendendomela con me stesso e con gli altri, rimuginando sui torti subìti e sentendomi vittima più che mai; ora che ci penso, a parte le sigarette e il vino, non m’era neppure passato per la testa di mettere qualcosa di solido nello stomaco. E stamane? Sorpresa. È passata una ragazza che frequenta la mia solita chiesa, e mi ha lasciato uno zaino con qualche indumento. Chi glielo aveva detto che era proprio quello di cui avevo bisogno? Qualcuno la chiama “provvidenza”. Per la commozione ho saputo solo balbettare un “grazie”, ma di colpo mi son sentito scaldato dentro e la città mi è sembrata amica. Vladimiro mi fa venire in mente qualche personaggio di Dostoevskij. È un barbone della Repubblica ceca che dopo quarant’anni di ateismo ha scoperto Cristo, la religione, ed ora non ha altro per la testa. La testa… per la verità a volte sembra che non gli funzioni troppo, se per colpa dell’alcol o di altro non so. Ma quanta bontà, quale delicatezza di sentimenti in quel suo vaneggiare! Qualche volta l’ho visto a colloquio profondo con una giovanissima suora, che accoccolata accanto a lui non sembrava per nulla intimorita dal suo aspetto irsuto e primitivo. Non sentivo cosa si dicevano, ma potevo immaginarlo. Una volta mi sono avvicinato a lui per chiedergli una sigaretta. Giaceva nella rientranza d’un edificio, sopra una coperta, ad occhi chiusi. “Dormi? “. “No, prego”. Un’altra volta, dopo aver accettato da qualche persona caritatevole qualcosa da mangiare, l’ho visto tracciare dei gesti solenni su quel cibo, come un prete che si appresta a celebrar messa. E in più di un caso, di notte, l’ho sorpreso a segnare col pollice una croce sulla fronte del compagno che giaceva addormentato al suo fianco. Un pianino! Pensavo non ne esistessero più, che facessero parte solo dei miei ricordi d’infanzia quelle loro musichette sgangherate, che riuscivano ad essere tristi anche se il motivetto era un ballabile allegro. E invece eccolo lì, in un angolo della piazzetta. Al momento era muto. A me piacciono i musicisti ambulanti. “Vendono” qualcosa d’immateriale, di superfluo sembrerebbe, che però nutre l’anima. È stato irrefrenabile per me avvicinarmi all’uomo del pianino e dargli una moneta. Lui ha sorriso e deve essersi sentito in dovere di avviare per me la manovella del suo aggeggio. Dio mio, non avesse mai fatto suonare suonare quella musica! Era un motivetto degli anni passati, di quando ero fidanzato. Il ricordo di Claudia e di mia figlia – tutto il mio mondo perduto – mi ha colto impreparato, al punto che per nascondere le lacrime ho dovuto battere in ritirata, lasciando interdetto l’uomo del pianino. Mi sono messo a parlare con Melarah, un tutt’uno con i suoi stracci e i suoi sacchetti di plastica. Vedovo, un figlio ormai adulto in Punjab, è in Italia da quasi vent’anni, una vita. Saltava di palo in frasca nel discorso. E ad un tratto ha borbottato qualcosa come: tutto questo andrà alla terra (si riferiva a sé stesso, ai suoi stracci), l’anima invece tornerà a Dio (e indicava una fetta di cielo in mezzo ai palazzi che ci sovrastavano). “Tua anima buona” ripeteva, appoggiandomi l’indice sul petto. Strano come quel dito pareva mi penetrasse in corpo, anzi nel mio essere. Poi è passato di lì un altro indiano, di quelli che vendono rose davanti ai ristoranti e nelle pizzerie: ne aveva appunto un fascio con sé. Melarah lo ha fermato. L’altro ha sorriso e gli ha offerto una sigaretta con tale devozione, direi, come se si trovasse di fronte ad un guru. Melarah l’ha appoggiata sul margine del marciapiede, attento a che rimanesse in equilibrio, con la parte accesa fuori. Mi ha sorpreso quel gesto. “Come mai non la fumi?”. E lui, alzando gli occhi al cielo: “Metà è per Dio… di ogni cosa che ricevo metà è per lui”. Sì, dovrei lasciare questa Roma. ma so che non lo farò. Per quanto sia, quelle poche amicizie della strada che ho qui (e chi non ha bisogno di un amico?) costituiscono un motivo sufficiente per trattenermi. E poi c’è sotto sotto una speranza – assurda, lo riconosco: recuperare prima o poi una certa normalità, un po’ di quello che ho perduto. Qualcosa di simile a quel che accadde a Giobbe, dopo le prove che ne spezzarono la vita.

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