Gino Strada, l’eredità di un pensiero libero

Il fondatore di Emergency è morto proprio mentre le truppe talebane marciavano su Kabul, mentre si annunciava la fine di un governo democratico dai piedi d’argilla. Con i soldi spesi in questi anni in armi, «l’Afghanistan sarebbe adesso una grande Svizzera». I funerali si svolgeranno dopo che la salma sarà rientrata in Italia.

Gino Strada, chirurgo di guerra, attivista e fondatore di Emergency insieme alla moglie Teresa Sarti, se n’è andato a 73 anni proprio mentre le truppe talebane marciavano verso Kabul. Mentre si andavano a spegnere gli ultimi respiri di una democrazia difficile e certo mai realizzata, di un governo democratico dai piedi di argilla, in un paese difficile e travagliato come l’Afghanistan.

L’impegno di Gino Strada per le vittime dei conflitti era nato dopo un’esperienza di alcuni anni trascorsa dal 1989 al 1994, insieme alla Croce Rossa internazionale, in zone di guerra come Somalia, Etiopia, Bosnia Erzegovina, Pakistan… Nel 1994, insieme alla moglie Teresa e ad alcuni colleghi fondò Emergency, un’associazione umanitaria che ha l’obiettivo di portare aiuto alle vittime civili delle guerre e della povertà. Tante le campagna promosse dall’organizzazione, come quella contro le mine antiuomo, mentre sono circa 11 milioni le persone curate in 18 Paesi, tra cui l’Afghanistan

E proprio quel Paese era stato tra gli ultimi pensieri di Gino Strada, l’uomo che da vent’anni curava i feriti delle tanti guerre del mondo, arrivando con le sue ambulanze, i suoi medici ed i suoi ospedali nel cuore dei tanti, troppi conflitti nel mondo. Porta la data del 13 agosto l’articolo pubblicato su “La Stampa”, proprio nel giorno in cui il suo cuore stanco ed affaticato si è fermato per sempre.

Nel suo pezzo Strada ripercorre le vicende degli ultimi venti anni in Afghanistan, con l’aggressione del paese ad opera degli Stati Uniti, all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, che ha prodotto un numero di vittime civili enorme, superiore a quello dell’attentato alle “torri gemelle” e che quasi tutta la comunità internazionale approvò come necessario. Anche il Parlamento italiano, con una maggioranza del 92 per cento, approvò quella risoluzione.

Per Strada: «Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi (…). L’intervento della coalizione si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero di vittime civili superiore agli attentati di New York». E il numero sarebbe cresciuto  dismisura negli anni successivi, in una guerra spesso dimenticata dalle cronache, come tante guerre dimenticate nel mondo. Ed alle vittime di guerra si deve drammaticamente aggiungere anche il numero delle vittime per fame. Strada parla di 241.000 vittime dirette della guerra, centinaia di migliaia di persone morte a causa della fame e della mancanza di servizi essenziali. L’Unama (Missione assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) ha registrato 28866 bambini morti o feriti (numeri sottostimati).

Strada ha parlato anche del fiume di denaro dilapidato nelle guerre e in armamenti. Una manna dal cielo per l’industria bellica, che non si è mai fermata nemmeno nei mesi del lockdown. Gli Stati Uniti hanno speso duemila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di euro. Scriveva Gino Strada: «Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe».

Quando Gino Strada è morto, la figlia Cecilia era su un’imbarcazione ResQPeople, impegnata nei salvataggi in mare nel Mediterraneo. Mentre il padre se ne andava, lei stava soccorrendo 85 persone in zona SAR della Libia. È stata lei a dare l’annuncio, con poche scarne parole. Ed ha aggiunto. «Oggi per mio padre ha vinto la morte, però oggi in tanti altri posti ha vinto la vita».

Anche Cecilia (che è stata presidente di Emergency, dal 2009 – data della morte della madre, Teresa Sarti – fino al 2017) aveva posto l’accento sul grande business della guerra. In un’intervista a Repubblica nell’ottobre 2016 (firmata da Sara Ficocelli), aveva detto: «La guerra fa girare un mucchio di soldi, ma la pace potrebbe farne girare molti di più. La pace è molto più produttiva, ci sono studi che mostrano come la stessa cifra investita nel settore militare o civile produca più soldi nel settore civile. La pace è un prerequisito per il futuro economico di ogni Paese. Costruire diritti costa meno che costruire una bomba ed è un investimento».

Le parole di Gino Strada, il suo ultimo articolo, sono come un testamento. I riconoscimenti della comunità internazionale al suo lavoro, le parole di stima che partono da varie forze politiche stridono talvolta, drammaticamente, con le scelte che la comunità politica internazionale, per prima quella italiana, continuano a fare. Perché l’industria bellica continua a produrre e le scelte dei governi non sono un incentivo alla pace, bensì alla guerra. Perché le industrie hanno bisogno di guerra (…e di morte) per sopravvivere.

Gino Strada, il profeta solitario lo aveva previsto. L’uomo che aveva rischiato la vita curando i feriti in mezzo ai conflitti conosceva bene ciò di cui parlava. Aveva vissuto un’esperienza diretta, sul campo. E ha sempre parlato chiaro, fino all’ultimo dei suoi giorni. Le sue parole risuoneranno come un monito anche per le generazioni future.

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