Gino Rossi ricercatore inquieto

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C’è gente che non si accontenta di vedere le cose come appaiono. Si ostina anzi in una ricerca inesausta del punto dove verità e bellezza coincidono, una dimensione ben oltre ciò che si vede e si sente. Ricerca dolorosa spesso, tale da scardinare il fragile equilibrio che unisce intelligenza a sensibilità: e allora il viaggio di un artista, può spingersi sino alla follia: per un eccesso di spinta interna che il corpo non riesce a dominare. La vicenda umana e artistica di Gino Rossi, che finisce così a 63 anni la sua vita a Treviso ne è un documento tragico, ma, a suo modo, affascinante. Parte infatti dalla luce e si conclude però non con il buio, ma piuttosto in una non-luce. Gino si innesta sul filone impressionistico: echi di Gauguin e Matisse gli suggeriscono larghe falde di colore delimitate da una linea fluente. È un uomo incantato da una vita che sente fervida sotto la natura. La Piccola parrocchia (1912 circa), il Paesaggio asolano, sono visti più come un luogo ideale che un paese reale; la Grande descrizione asolana del 1912 è una sinfonia di colori acuti, di linee che evocano case colli monti con un tono lirico e appassionato all’estremo. Gino forse intuisce per un istante che sotto il creato qualcosa di immenso lo rende vivente, così che il piccolo quadro (cm.68 x 56) diventa una esplosione cromatica di gioia universale. La gioia conosce presto delle incrinature: come un dolore riapparso, alcune tele dell’isola di Burano – dove il pittore vive – vedono pennellate sottili come punte, pur nell’armonia ancora diffusa del colore. Ma la ricerca di Gino non si accontenta. Ne La famiglia del vecchio pescatore o nel Mietitore in preghiera, la massa cromatica si fa intensa, il non-bello – segno di una oppressione interiore – appare evidente fino a materializzarsi nella durezza del Bruto, una bruttezza primitiva, in quel 1913 dai venti di guerra. Alla quale il pittore partecipa, rientrandone ferito per sempre nell’anima. Nascono lavori che riecheggiano il tormento dei versi di un Ungaretti dell’epoca, espressi in Nature morte dove la lezione di Cézanne gli fa scoprire una natura non più gloriosa ma umile, sofferta. Colori densi e incupiti, forme cubiste caricate di luce gravida di dolore: Rossi vede la realtà come un grido, la sua esperienza di uomo vi si concentra in modo quasi esasperato. Nella splendida Natura morta con brocca (1922) gli pare di scoprire non il buio, ma la non-luce: una forma diversa di luminosità, un chiarore che è dentro le cose, le anima tanto fortemente da apparire per noi come oscurità. In essa, la mente del pittore lentamente va tuttavia scivolando, dopo queste intuizioni folgoranti. Nel Cortile del manicomio (1926) un albero diventa centro di una furibonda lotta di linee. Lo sforzo estremo (è la sua ultima opera) di dire l’inesprimibile è gridato da colpi incrociati di pennello: la sua anima malata inventa un arabesco a prima vista incomprensibile. È solo follia o ennesima intuizione di un altrove così’ alto e diverso da poter esser trovato soltanto con la morte?

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