L’ultimo dei Ginettacci se n’è andato; con l’altro – Bartali – avevano in comune una lingua sempre ben depilata, la ruspanteria antiretorica e una perfetta sintonia fra il dire e il fare. Era – con Guccini – anche l’ultimo gigante del nostro cantautorato, e anche l’ultimo eroe di quell’ecosistema artistico fondamentale per il made in Italy musicale chiamato “Scuola genovese”. Anche se lui era nato a Monfalcone, giusto in tempo per venir travolto dallo tsunami della Seconda guerra mondiale. La famiglia però si era già trasferita a Genova da tempo, e lì, nella sua piccola mansarda e tra i carruggi della Superba aveva cominciato a dare le prime bracciate fra i perigliosi marosi del music business.
Nel frattempo, anche grazie alla madre pianista, aveva scoperto i grandi del jazz, e ancora giovanissimo aveva cominciato a bazzicare nei sottoboschi del nascente cantautorato della zona genovese, condividendo serate e bisbocce con futuri campioni della poesia in musica: De André, Lauzi, Endrigo, Bindi, Tenco… Con questi ultimi due ottenne un provino a Milano e di lì a poco firmò il primo contratto con la Ricordi. Era l’Italia del boom economico e le sue canzoni ne divennero ben presto ideale colonna sonora, per quel mix di scanzonata malinconia e quotidianità poeticizzata che divennero il suo marchio di fabbrica. Una lista infinita di successi: da La Gatta a Il cielo in una stanza proposta (e subito lanciata) ad una ancor giovanissima Mina. Per la Vanoni invece – con la quale ebbe anche una travagliata ma indelebile relazione sentimentale che attraversò l’esistenza di entrambi – scrisse altri capolavori memorabili come Senza fine e Che cosa c’è.
Ma come molti colleghi Paoli Gino faticava a trovare un baricentro esistenziale compatibile con un carattere ombroso, scontroso, e un successo così grande ed improvviso. Ebbe gravi problemi d’alcolismo, una relazione altrettanto complessa e all’epoca scandalosa con una giovanissima Stefania Sandrelli, e una brutta depressione che, nell’estate nel ’63, lo portò a tentare il suicidio (si salvò per un pelo e visse il resto della vita con un proiettile ficcato a pochi millimetri dal cuore).
Seguì un periodo travagliato e inquieto: il successo evaporò poco a poco, e con esso anche quella sua straordinaria capacità di esprimere con poche note e una manciata di rime i sentimenti più profondi della società del suo tempo, ma senza mai piegarli alla sociologia o alla politica, come invece fecero molti colleghi dell’epoca. Lui era interessato soprattutto all’amore, quello trapuntato da lampi accecanti ma anche da astinenze e disperazioni. In ogni caso la sua era la voce del disincanto: «Le canzoni – mi disse una volta – sono come le navi: puoi usarle per scoprire l’America o per assalti pirateschi. Il mio è un mestiere da artigiano, il mio compito è quello di costruire navi belle e in grado di navigare bene, l’uso che poi ne farà la gente non è affar mio».
Seguirono altri anni da semi-emarginato, covando rabbie nuove ma anche nuove ispirazioni che sarebbero poi coagulate intorno a una nuova stagione di successi, quelli degli anni ’80, con altri gioielli come Averti addosso, Ti lascio una canzone, Cosa farò da grande.
Ormai era il grande vecchio della nostra scena cantautorale: diradò dischi e tour (ma restò memorabile quello nei teatri con la ritrovata Ornella), per un po’ scelse l’impegno politico, ma il suo spirito anarcoide lo convinse presto a desistere. L’ultimo album importante, Due come noi che… pieno di cover minimali ed elegantissime registrate insieme al pianista Danilo Rea lo pubblicò nel 2012; la sua ultima uscita pubblica nel novembre scorso, a salutare per l’ultima volta la sua Ornella.
Mentre scrivo sento l’etere italiana riempirsi delle sue melodie senza tempo; è il momento delle rimembranze (quanti serbano nel cuore un ricordo inscindibilmente legato a uno dei suoi classici), è l’ora dei tributi, delle commemorazioni, delle dichiarazioni massmediatiche: non gli interessavano da vivo, figurarsi adesso…
