Georgia senza pace

Nel Paese caucasico non si combatte più dal 2008, ma le tensioni sono ora interne, tra i due partiti maggiori che siedono in parlamento. L’Aventino dell’opposizione
Georgia
Manifestanti a supporto del presidente Mikheil Saakashvili a Tbilisi (AP Photo/Shakh Aivazov)

L’ossessione della Russia, titolava alcuni giorni fa Le Monde Diplomatique, a proposito di un reportage dalla Georgia, in cui si evidenziava come il Paese non fosse più diviso in due dalla guerra guerreggiata col grande vicino moscovita, ma dalla stessa opposizione a Mosca. Sostanzialmente accade che il partito Sogno georgiano, del miliardario Bidzina Ivanichvili, al potere dal 2012 dopo la sconfitta elettorale e giudiziaria del presidente di allora, Mikhail Saakashvili, si confronti giorno dopo giorno, senza esclusioni di colpi, col partito di quest’ultimo, il Movimento nazionale unito (Enm). I numeri sono tali per cui l’assenza da alcuni mesi dei deputati dell’Enm dal Parlamento bloccano di fatto l’attività legislativa. Eppure, entrambi i partiti sono filoeuropei e filoatlantici (le ammissioni all’Unione europea e alla Nato sono però bloccate); la divisione si concentra sulle reciproche accuse di essere degli agenti mascherati di Mosca. Per questo il mensile francese titola evocando la generalizzata ossessione della Russia.

I fatti risalgono alla miniguerra del 2008, che oppose un esaltato Mikhail Saakashvili al gigante vicino russo − assai impegnato nel Caucaso con i frequenti interventi in prima persona di Vladimir Putin − sperando in cuor suo che europei e atlantici intervenissero in suo appoggio. Cosa che ovviamente non avvenne, e che portò di fatto alla perdita non solo dell’Abcasia – al confine nord-occidentale del Paese – ma anche di buona parte dell’Ossezia del sud, che ha come capoluogo Gori (la città di Josip Stalin, oggi liberata dai russi e restituita ai georgiani), mentre l’Ossezia del Nord, al di là delle montagne, era già russa, con capitale Vladikavkaz. In seguito a quella guerra perduta, il presidente Saakashvili vide calare la sua altissima popolarità, e oltretutto dovette affrontare grosse grane giudiziarie su vere o presunte corruzioni e persino su atti di violenza commessi da lui stesso. Le condanne lo hanno costretto a lasciare il Paese per l’Ucraina, dove ha raggiunto una certa notorietà pubblica lavorando in politica millantando i suoi numerosi appoggi stranieri. Da allora Ivanichvili, magnate anch’egli accompagnato da una poco edificante nomea sull’origine della sua ricchezza, è a capo del governo di Tbilisi.

Mi trovai quasi per caso nei giorni della guerra del 2008 in Georgia, ed ebbi l’occasione di visitare Gori occupata dai russi, grazie a un intraprendente prete polacco che guidava la Caritas georgiana. Per la piccola cronaca, riuscimmo con un collega a smascherare il «giornalismo narrativo» (termine usato dal direttore di Le Monde per scusare la nobile firma del suo quotidiano) di Bernard-Henri Lévy, il notissimo intellettuale francese, che affermava di essere entrato prima di noi a Gori, trovando una città distrutta nella «puzza dei cadaveri». In realtà la città era praticamente intatta e i morti si contavano sulle dita di una mano. Lévy non era mai arrivato a Gori, mentre noi ci eravamo arrivati non per le nostre ardimentose avance, ma solo grazie al pane, alle salsicce e al vino del nostro amico della Caritas.

La guerra era stata una farsa: era effettivamente stata affondata a Poti, sul Mar Nero, l’imponente flotta georgiana (due o tre barchette arrugginite); era stato spostato un po’ di filo spinato una dozzina di chilometri oltre i precedenti confini; era stata vinta in poche ore la resistenza dell’esercito georgiano; ma soprattutto era stato umiliato un Paese intero. Da quello schiaffo politico e militare la Georgia non si è più ripresa, anche se la sua economia è tra le migliori della regione, anche perché le leggi georgiane hanno trasformato il Paese in un simil-paradiso fiscale.

Fa riflettere il caso georgiano, come fanno riflettere il caso ucraino e la difficoltà di altri Paesi che facevano parte dell’Unione Sovietica a ritrovarsi democraticamente maturi. Vecchi demoni tornano a galla, meccanismi mentali vetero-comunisti sopravvivono anche nella testa di politici di estrema destra, la conciliazione nazionale avviene solo su temi di bandiera, non tanto sui fondamentali della democrazia. Liberarsi dai dittatori è facile, molto meno liberarsi dalle dittature mentali.

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