Gente di plastica

Il teatro di Pippo Delbono può irritare o avvincere totalmente. Di sicuro non lascia indifferenti. Acclamato anche all’estero (recente una tournée in Israele e Palestina, e in estate l’omaggio dedicatogli dal Festival d’Avignone) Delbono, nel proporre altri corpi segnati dalla sofferenza, e con essi altri modi di comunicare, porta in scena la vita ponendo l’attenzione alla persona. C’è del metodo nel suo lavoro: un assemblaggio poetico, apparentemente casuale, di scene e figurazioni che ricordano Pina Bausch (sua maestra). Accumulando immagini ad alto tasso evocativo e grondanti ironia, Delbono costruisce una drammaturgia del dolore che tocca le corde della pietà. Non tanto per la presenza nella sua compagnia anche di attori “diversi” – il sessantunenne microcefalo Bobò, il ragazzo down Gianluca, o il barbone Nelson – che potrebbero indurre ad una facile “presa” emotiva e far avanzare il sospetto, come in precedenti spettacoli, di una speculazione sulla diversità, sulla retorica del teatro come terapia; quanto nel riuscire – e qui sta la sua forza – a suscitare sentimenti universali: l’affanno e la tenerezza del vivere, il senso della vita più forte di qualsiasi morte. E proprio a quella della giovane autrice inglese Sarah Kane si ispira lo spettacolo Gente di plastica, contenente alcuni brani tratti dal suo testamento drammaturgico 4.48 Phsicosis (ora rimossi per sopraggiunte questioni di diritti d’autore, e sostituiti da una dedica dello stesso Delbono) quale grido estremo di disperazione. In questa messinscena – il cui titolo è mutuato da una canzone rock di Frank Zappa – Delbono prende di mira il mondo edulcorato e falso, dei lustrini e della felicità apparente, del benessere festaiolo e trasgressivo, generatore di ossessioni e di mostri. Partendo dall’immaginario visivo dell’America anni Sessanta, scorrono quadretti famigliari da rivista patinata, sfilate di moda e spot pubblicitari; fino a giungere nel nostro tempo fatto di vuoto e di solitudine, di malattia e d’abbandono. E d’indifferenza: quella che fa indossare maschere (grottesche, di animali, o d’inespressiva inquietudine) per nascondere ciò che veramente siamo. Tutto questo ci colpisce come un grido di angoscia. Inascoltato o da accogliere. Da reprimere o da condividere. Tale da costringere, paradossalmente, ad una speranza. Delbono, trasformato in speaker e deejay, lo dirige da una cabina di regia buttandocelo addosso, declamando versi e storie da intrattenitore ora suadente, ora folle. Accompagna con la sua voce la continua passerella di personaggi e oggetti domestici sul verde prato della scena: una sarabanda vignettistica dal gusto felliniano diretta da una colonna sonora (musica di Elvis Presley, King Crimson…) che funge da vera struttura drammaturgica, sia nel frastuono assordante come nell’avvolgente suono melodico. Per stemperarsi dopo aver acceso barlumi di umanità. Al Teatro India di Roma e in tournée. NAVIGAZIONI Una nave trasformata in un grande teatro galleggiante navigherà fermandosi poi a dare spettacolo dal 4 marzo nei porti d’attracco: Imperia, Savona, Napoli, Palermo, Catania, Livorno, La Spezia, Genova. In coperta, Emanuele Luzzati racconterà il rapporto tra Genova e il mare con un suo grande dipinto. Sottocoperta, le opere del pittore Flavio Costantini verranno proiettate su tele, paratie e fondali. Nella stiva, trenta artisti daranno vita a una storia mitologica del viaggiare, Navigazioni, ideata e diretta da Tonino Conte, e con Massimo Venturiello e gli attori del Teatro della Tosse.

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