Genocidio in Ruanda dieci anni dopo

Dieci anni fa, nell’aprile del ’94, con l’abbattimento dell’aereo che trasportava dal Ruanda al Burundi i presidenti di questi due paesi centroafricani, aveva inizio il più grande massacro interetnico nella storia del continente nero. In soli tre mesi nel piccolo Ruanda si contarono un milione di morti. Uomini e donne, vecchi e bambini – dirà il segretario dell’Onu Kofi Annan – furono abbandonati a una morte sicura, inflitta con infinita brutalità dai loro propri vicini, con chiese e ospedali trasformati in macelli e la comunità internazionale rimasta a guardare. Dieci anni dopo a Kigali, capitale del Ruanda, e a Ginevra, se ne è celebrato il ricordo.Per non dimenticare, come per l’Olocausto. Giustamente. Anche se questa rievocazione è stata definita il pianto del coccodrillo, al vedere come quasi nessuno, dalla ricostruzione dei fatti, esca giustificato. Una terra benedetta da Dio era definita questa regione fertile, bella, dal clima relativamente mite, benché lambita dall’equatore. Lussureggiante la vegetazione, ricca la fauna d’ogni specie. Da queste parti nasce il Nilo per portare il suo fertile limo e la vita fino al remoto Egitto. Pastori e contadini dalla pelle d’ebano ne avevano fatto uno dei plausibili giardini dell’Eden. Finché non si seppe che anche sotto terra si celavano tesori. Alcuni reali, altri probabili, o forse del tutto fantomatici. Ma tant’è. Contesa dalle grandi potenze coloniali che alla fine dell’Ottocento avevano pressoché finito di spartirsi l’Africa, questa regione era toccata in sorte al Belgio, forse per evitare conflitti fra i contendenti più bellicosi. Non si può dire che i nativi avessero vissuto sempre in pace. Le guerre tribali in Africa erano endemiche; e i pastori, si sa, non hanno avuto mai buoni rapporti con i contadini. Gli allampanati tutsi e i piccoli hutu appartenevano purtroppo a queste categorie diverse. Ma l’ordinamento tribale che vigeva da tempo godeva di un proprio equilibrio, sia pur sbilanciato a favore dei tutsi. Con l’indipendenza seguita al periodo coloniale, la sopraggiunta democrazia premiò gli hutu, più numerosi; ma il seme della discordia venne alimentato dai contrastanti interessi esterni e sfociò in una lotta per l’egemonia sulla regione fra potenze anglofone e francofone, che coinvolse anche le nazioni confinanti. I fatti che seguirono, tristemente noti, insanguinarono per un decennio l’intera Regione dei Laghi e lo stesso Congo, producendo milioni di morti e l’esodo biblico di intere popolazioni. Oggi si è usciti anche ufficialmente dal silenzio commemorando, dopo dieci anni, quello che fu il capitolo forse più cruento di questo dramma. Lo hanno fatto a Kigali gli africani che non hanno giustamente lesinato nelle recriminazioni verso i paesi occidentali e verso le Nazioni Unite – allora ne era presidente l’egiziano Boutros Boutros Ghali – perché rimasero colpevolmente a guardare. Lo ha fatto l’Onu, nella propria sede della Commissione per i diritti umani di Ginevra, presente il segretario Kofi Annan, lui pure africano, che ha giudicato inqualificabile quel comportamento pilatesco. E proprio per uscire da un immobilismo che trova l’Onu ancora oggi egualmente titubante e di fatto impotente, come troppi avvenimenti evidenziano, ha annunciato la preparazione di un piano d’azione, con l’intervento di tutto il sistema delle Nazioni Unite, per evitare il ripetersi di genocidi. Esso contempla la prevenzione dei conflitti armati, la protezione dei civili, la cessazione dell’impunità per chi commette delitti odiosi, un preventivo controllo della situazione nelle zone critiche. Certo, a guardare quanto è appena successo e ancora sta succedendo in Iraq, non si può che sottolineare l’urgenza di un simile piano. Ma al tempo stesso ci si deve domandare come sarà mai possibile attuare qualcosa di concreto, perdurando l’attuale stato di totale vassallaggio dell’Onu nei confronti dei propri membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Conforta quanto meno vedere come sempre più spiriti liberi da questi condizionamenti – e pensiamo in primo luogo al papa e al nostro presidente Ciampi, per non citare che le voci a noi più vicine – non cessino di richiamare l’urgenza di fare intervenire l’Onu in tutte le contese in atto, oltre che, ovviamente, di mettere gli organismi internazionali in condizione di operare. La costatazione dei passati fallimenti, nonché di quelli presenti, dovrebbe di per sé costituire un elemento determinante perché non si frappongano altri indugi.

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